“L’Unità” fallisce e trasloca al “Corriere”. Indovinate, chi paga i debiti?

Ci mancava solo la tegola, arrivata ieri, dell’inchiesta per bancarotta sul nuovo editore, Guido Veneziani.

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L’operazione «rilancio dell’ Unità », che Matteo Renzi sperava di chiudere entro il mese, arranca tra mille difficoltà: i tempi, i soldi, il progetto editoriale e persino la cabina di regia: per il momento pare non si riesca neppure a trovare un direttore.

Scrive Laura Cesaretti sul giornale - Ed è una coincidenza paradossale che, proprio ieri, il giornalone della borghesia milanese, ossia il Corriere della Sera , abbia annunciato il proprio nuovo assetto di vertice. E che esso arrivi tutto da quella stessa Unità , a cominciare dal neodirettore Luciano Fontana, per continuare coi due nuovi vice, Antonio Polito (che avrà la delega su Roma) e Giampaolo Tucci, e finire con il nuovo capo della redazione di Roma, Roberto Gressi. Si sono tutti fatti le ossa nel vecchio giornale fondato da Gramsci, gestito dal Pci e affondato dai suoi epigoni, prima di intraprendere brillanti carriere in quella che un tempo veniva chiamata a sinistra la «stampa padronale».

Il radical chic Luciano Fontana ha lavorato per 11 anni nel quotidiano comunista l’Unità, prima di approdare al Corriere della Sera nel 1997.

Intanto, sempre ieri, il governo si è trovato a dover rispondere in aula alla Camera ad un’interrogazione dei parlamentari del gruppo Cinque stelle che sintetizzava, in un italiano assai claudicante, i contenuti del servizio andato in onda sulla Rai nella trasmissione Report sulla questione dell’affondamento dell’ Unità e sui debiti pregressi del giornale ereditato dal Pd (110 milioni, con un pool di banche creditrici). E sul quesito di fondo: chi dovrà pagare alla fine quei debiti, per ora inevasi, lo Stato (che in base ad una apposita leggina emanata dal governo Prodi si faceva «garante» del debito in capo al partito) oppure gli antichi proprietari, ossia il Pci-Pds-Ds? E il messaggio mandato dal governo Renzi, per bocca del sottosegretario Benedetto Della Vedova, è stato chiaro: per quanto ci riguarda, i soldi li dovrebbero cacciare gli ex Ds, ricorrendo al proprio vasto patrimonio immobiliare blindato nel 2007 – alla nascita del Pd – in un complesso sistema di Fondazioni locali studiato dall’allora tesoriere diessino Ugo Sposetti, vero genio (del male, dicono in molti nel Pd) delle finanze ex Pci. Palazzo Chigi, ha spiegato Della Vedova, è «impegnato ad accertare la consistenza del patrimonio immobiliare facente capo ai DS» e poi «confluito nelle numerose fondazioni riconducibili – anche – al Pd», dalla cui «espropriazione le banche avrebbero potuto recuperare, in tutto o in parte, i loro crediti».

Insomma, il governo di Matteo Renzi sta cercando il modo per espugnare il fortino immobiliare degli ex Ds, al fine di valutare «se sia ancora possibile esercitare, in via cautelativa, azioni revocatorie di tale patrimonio immobiliare nell’interesse dell’Amministrazione». Si prefigura dunque una sanguinosa battaglia finanziaria tra il Pd renziano e la Ditta ex Ds? Per il momento, Ugo Sposetti si limita ad una replica sorniona: «La risposta data in aula dal governo è ineccepibile, è giusto che Palazzo Chigi esplori tutte le strade per non aderire alla richiesta delle banche». Ma si intuisce che ride sotto i baffi, convinto che sarà un buco nell’acqua, e che il sistema da lui messo a punto per «proteggere» i beni ex Pci sia inespugnabile. E che, quindi, alla fine, dovrà essere Pantalone a metter mano al portafogli.



   

 

 

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