Rimini: sequestro delfini, per Monica Fornari solo «accanimento, falsità e persecuzione»

DelfinarioRimini

Di fronte ad una cronaca che racconta di abusi sugli animali, sarebbe normale prendere la parte delle vittime.
Nel sequestro dei “suoi” quattro delfini dal Delfinario di Rimini, però, più che una battaglia per il rispetto dei diritti degli animali, Monica Fornari, amministratrice della struttura dal 5 dicembre dello scorso anno, nonché figlia del fondatore, ci vede esclusivamente «accanimento, falsità e persecuzione».

A rinfocolare la rabbia della Fornari, a quasi un anno di distanza dal sequestro dei delfini (era il 12 settembre 2013) e dal loro trasferimento all’Acquario di Genova, è stata un’intervista rilasciata dall’Ispettrice Irene Davì del Corpo forestale dello Stato al Tg5 delle ore 20.00 del 17 agosto scorso (vedi, il servizio è attorno al minuto 27).
Intervista che, prima di tutto, rilancia l’accusa di maltrattamento degli animali. Che «a tutt’oggi rimane esclusivamente una ipotesi», specifica la Fornari, «anche se da chiunque viene considerato come una verità già ampiamente verificata».
Delfini drogati, in particolare. «Ma sulla base di tre anni di analisi e di grafici di professori e di veterinari», rilancia la Fornari, «posso dimostrare che non è assolutamente vero niente».
Infine, la Davì parla di un «recupero fisico e psichico lento e progressivo» dei delfini, attraverso un trattamento con ormoni e tranquillanti. «Recupero da che cosa», si chiede la Fornari, «considerando che posso provare di avere consegnato quattro animali in perfetto stato di salute? Non soltanto la Davì si contraddice, ma mi fa anche preoccupare».

Dopo il sequestro dei delfini, l’attività quasi cinquantennale del Delfinario che ha aperto i battenti nel 1967, prosegue oggi con tre otarie. Non sono terminati, però, i problemi. Anzi.
Prima l’Ispettrice Davì ha staccato una multa da 90.000 euro. «Solamente l’ultima di una lunga serie», sorride ironicamente la Fornari. Per potere ospitare le otarie, secondo la Davì, la struttura dovrebbe possedere la certificazione di “giardino zoologico”. «Ma sono stati gli stessi uffici del Servizio CITES», fa notare la Fornari, «a specificare che per gli spettacoli viaggianti che possiedono meno di dieci animali non è necessario avere questo requisito».
La polemica si è quindi spostata sul fronte della “paternità” degli animali. Che «sono di proprietà della società Fiabilandia, e non dello Zoo Safari di Fasano come tutti hanno detto o scritto», specifica la Fornari, citando gli stessi documenti del Corpo forestale dello Stato che già lo attestano.

E se nonostante tutte queste peripezie amministrative e giudiziarie si è potuto evitare lo spettro della chiusura, «è solamente perché ha prevalso la legalità», rincara la dose la Fornari. «Devo tutto alla volontà del Comune e dell’Asl veterinaria di Rimini, che non si sono piegati di fronte ai poteri politici e mediatici forti».
Per sintetizzarla con le parole della Fornari, «Ho vinto».

E a sostenerla, in città, sono in molti. Per citare solamente l’ultima manifestazione di solidarietà in ordine di tempo, una squadra di calcio femminile impegnata in un campionato di livello regionale ha scelto di cucire sulla propria maglia il logo del Delfinario. «Sono onorato di portare avanti i valori di educazione, onestà, rispetto e sacrificio che questa attività rappresenta a trasmette», le parole di uno dei dirigenti.
«La gente non crede a questa storia, ha capito che dietro c’è qualche cosa di più», sintetizza la Fornari. «C’è una regia unica che vuole spazzare via il Delfinario, e portare via da Rimini l’attività e il lavoro».

 

Luca Balduzzi



   

 

 

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