Trattato di Libero scambio Usa-UE, un’altra mazzata per la nostra economia

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28 ott – Ogni tessera deve essere collocata al posto e al momento giusto per avere una visione d’insieme sempre più obiettiva e chiara di ciò che sta accadendo intorno a noi. E cominciamo subito con la più stretta attualità: l’accordo di libero scambio in corso d’opera fra Stati Uniti e Unione Europea, il quale è stato di recente messo in discussione sia dai francesi che dai tedeschi a causa della “rumorosa” e più che mai “tempestiva” diffusione dello scandalo Datagate. Inspiegabilmente, i servizi di spionaggio francesi e tedeschi si accorgono solo oggi che l’intelligence americana, attraverso il programma NSA (National Security Agency), controllava da anni ogni foglia che si muoveva in Europa. Come mai? E’ una pura coincidenza che questa indignazione unanime dei paesi europei sia arrivata proprio a conclusione degli accordi di libero scambio, oppure c’è dell’altro?

Innanzitutto chiediamoci il motivo per cui i paesi del NAFTA (North American Free Trade Area, l’area di libero scambio sancita tra Canada, Stati Uniti e Messico nel 1993, che prevede la libera circolazione di merci e capitali, ma limitazioni ai movimenti migratori dei lavoratori) vogliono proprio oggi stringere un accordo commerciale con i paesi dell’Unione Europea. Il motivo è abbastanza semplice: sfruttare il caos istituzionale europeo e la costante rivalutazione dell’euro nei confronti del dollaro, per penetrare nei nostri mercati e mettere ulteriormente sotto pressione i lavoratori e i produttori europei.

Considerando i tassi di cambio attuali, i prodotti agricoli ed alimentari americani o canadesi potrebbero addirittura costare fino al 25% in meno di quelli francesi o tedeschi o italiani, mettendo seriamente a rischio l’esistenza della filiera dei piccoli e medi produttori europei, che in assenza di una politica di dazi doganali all’importazione avrebbero meno strumenti per difendersi da questo tipo di concorrenza valutaria. Chi si avvantaggerebbe invece? La grande distribuzione e i grossisti, che potrebbero importare a costo più basso i prodotti dall’America, mantenendo poi un prezzo alto in Europa e aumentando in modo del tutto arbitrario i margini di profitto.

La vicenda “accidentale” dello spionaggio potrebbe quindi nascondere in realtà una vera e propria battaglia a Bruxelles fra le lobbies dei produttori e quelle dei distributori, che in questo preciso momento sta facendo pendere il piatto della bilancia a favore dei primi. Le questioni legate ad un ulteriore innalzamento della disoccupazione o al benessere dei consumatori europei non hanno invece mai avuto molto risalto in tutta questa vicenda.

Solo per fare un esempio, i bovini americani vengono allevati con l’ormone della crescita e le carcasse sono pulite con acido lattico, (Leggi  UE: ok a import dagli Usa di carne manzo trattata con acido lattico ) due pratiche assolutamente illegali nell’Unione Europea. Eppure questo inconveniente, fino ad oggi, non aveva costituito un ostacolo per i tecnocrati europei nei negoziati di libero scambio con il NAFTA, perché come detto sono molto più preminenti le ragioni del profitto rispetto a quelle riguardanti la difesa della salute dei cittadini europei. Questo serve anche per capire che in fondo le barriere protezionistiche tanto odiate dai dogmatici del libero scambio sono sempre esistite e continueranno sempre ad esistere in svariate forme per difendere i più forti dalla concorrenza dei più deboli. I regolamenti sanitari, che ai più sembrano una tutela della propria salute, sono infatti molto spesso degli strumenti discrezionali utilizzati per mettere fuori gioco a piacimento questo o quel paese concorrente: per alcuni valgono e per altri no. E un certo tipo di regolamento sanitario, soprattutto quelli nati dal nulla in alcuni particolari momenti storici di tensione internazionale, corrisponde né più né meno che ad un dazio all’importazione perché il rispetto del regolamento comporta un aggravio di costo aggiuntivo per il produttore originario che si vuole spiazzare. Alla faccia del libero scambio.

Il processo di globalizzazione, iniziato formalmente con l’introduzione del WTO (World Trade Organization) nel 1995, non è mai stato infatti un accordo omogeneo e paritario tra i 157 paesi coinvolti: alcuni, quelli più forti, hanno mantenuto una propria politica economica interna protezionista per difendere il tessuto produttivo nazionale, mentre altri, quelli più deboli e sottosviluppati, hanno dovuto fin da subito abbattere i vincoli doganali e le barriere istituzionali per permettere l’invasione dei prodotti e delle multinazionali occidentali.

E quella che noi chiamiamo globalizzazione non è altro che la libera circolazione nei nostri mercati dei prodotti fabbricati in paesi sottosviluppati o emergenti dalle stesse multinazionali o imprese occidentali che hanno delocalizzato per ragioni di convenienza economica (bassi costi, vincoli e salari), mentre sui prodotti locali, soprattutto alimentari, agroalimentari e manifatturieri, fabbricati nei paesi sottosviluppati di origine le politiche doganali messe in atto in Occidente, seppur in maniera blanda o sempre più camuffata da direttive o regolamenti incomprensibili, hanno continuato a costituire un argine abbastanza robusto a difesa dei piccoli e medi produttori europei e americani. Se aggiungiamo a ciò che i paesi forti, come Stati Uniti o Germania, hanno sempre sussidiato con contributi pubblici le proprie aziende nazionali, in aperto contrasto con i principi liberoscambisti della globalizzazione, ci rendiamo conto dell’importanza che hanno i diversi rapporti di forza quando si stipulano accordi commerciali internazionali: le regole valgono solo per i più deboli, mentre i più forti possono derogare come, quando e quanto vogliono.

L’aggettivo “libero” associato ad istituzioni di diritto commerciale come il “mercato” o lo “scambio” ha sempre una valenza puramente evocativa e retorica, ma poco attinente alla realtà dei fatti: allo stato attuale è libero solo colui che ha un potere finanziario e una posizione dominante tale da poter dettare le proprie condizioni alle istituzioni nazionali o internazionali, mentre tutti gli altri sono schiavi di quest’ultimo.

Anche i consumatori, che a torto vengono considerati i maggiori beneficiari delle politiche di libero scambio, non sono liberi per niente nella scelta dei migliori acquisti o dei prezzi più vantaggiosi perché sono vincolati del proprio reddito, che in una situazione di concorrenza selvaggia e globalizzata fra i lavoratori del mondo, è destinato inesorabilmente a precipitare o addirittura a scomparire a causa della disoccupazione.

Nemmeno colui che ha intenzione di fare impresa può essere definito libero, perché è vincolato dalle procedure burocratiche e dalle necessarie anticipazioni bancarie: se non ha qualche “amico” nelle amministrazioni pubbliche o nelle banche, difficilmente oggi una persona può portare a termine un qualsiasi progetto imprenditoriale che necessita un discreto investimento iniziale. E dire che qualcuno è libero quando è pieno di vincoli è come dire che un carcerato è libero una volta che viene considerato il vincolo delle sbarre. Pura demagogia senza senso, buona solo per accalappiare l’immaginazione e la fantasia di qualche fesso e stralunato sognatore del mercato libero, della moneta unica e della pace e fratellanza universale.

Piero Valerio – tempesta perfetta

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