di Carmen Tortora – La Francia ha deciso che il vero problema della sanitĂ contemporanea non sono le contraddizioni istituzionali, gli errori accumulati negli anni o la comunicazione scientifica spesso incoerente, ma i cittadini che leggono, confrontano e – peggio ancora – dubitano. Così, sotto l’etichetta rassicurante della “lotta alla disinformazione sanitaria”, prende forma un programma che sembra piĂą un manuale di pedagogia autoritaria che una strategia di salute pubblica. I pilastri sono quattro, ben ordinati e molto sobri: consultazione pubblica, osservatorio dedicato, sistema di monitoraggio attivo e rafforzamento della fiducia nelle fonti istituzionali. In sintesi: vi ascoltiamo, vi osserviamo, vi monitoriamo e poi vi spieghiamo di chi fidarvi.
La retorica è quella classica dell’emergenza permanente. La disinformazione, amplificata dai social media, viene descritta come un rischio diretto per la salute: allontana i pazienti dalle cure, indebolisce la prevenzione, mina la fiducia nella scienza e nelle istituzioni. Tutto vero, in astratto. Molto meno chiaro è perché questa sfiducia debba essere curata con strumenti di sorveglianza cognitiva anziché con un serio esame delle responsabilità istituzionali.
L’idea che la fiducia si possa ricostruire per via amministrativa, rafforzando “le fonti ufficiali” e delegittimando implicitamente tutto il resto, è il cuore del progetto.
Il programma viene presentato come una grande mobilitazione collettiva. Dentro c’è chiunque: professionisti sanitari, ricercatori, giornalisti, insegnanti, associazioni, creatori di contenuti, piattaforme digitali e, naturalmente, i cittadini. Ma il ruolo di questi ultimi è rivelatore. Non soggetti critici da convincere con argomentazioni solide, bensì unità statistiche da analizzare. Sondaggi d’opinione, barometri nazionali e comunità online serviranno a misurare l’esposizione alla disinformazione e le abitudini di fact-checking. Non solo cosa pensi, quindi, ma come verifichi, dove ti informi e quanto ti discosti dalla narrazione certificata.
A completare il quadro arriva il Comitato dei cittadini, chiamato a formulare raccomandazioni sul ruolo delle autorità pubbliche. Un’idea che suona partecipativa, ma che nella pratica rischia di diventare un alibi democratico: la società civile coinvolta, purché resti dentro il perimetro definito dalle istituzioni. Il dissenso non è vietato, ma viene incanalato, misurato e, se necessario, rieducato.
Il paradosso finale è evidente
Si dichiara di voler combattere la sfiducia, ma si rafforza un modello in cui la scienza viene presentata come veritĂ amministrata e il dubbio come sintomo di disinformazione. Non si risponde agli errori del passato, non si chiariscono le zone grigie, non si accetta il conflitto epistemologico come parte integrante del progresso scientifico. Si preferisce monitorare, classificare e correggere.
Alla fine, più che una strategia contro le fake news sulla salute, questo progetto assomiglia a un vaccino preventivo contro il pensiero critico. Con la promessa, ovviamente, che è tutto per il nostro bene.
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