L’immagine racconta perché i politici hanno deciso di islamizzarci
di Carmen Tortora – Il vecchio Impero romano aveva compreso una regola antica del potere: conquistare territori non basta. Le legioni possono prendere città, aprire strade, occupare porti, controllare granai e imporre tributi. Possono piegare i corpi e spostare i confini. Ma un dominio costruito soltanto sulla forza resta sempre esposto alla rivolta, alla distanza e alla memoria dei popoli sottomessi.
Per durare serve qualcosa di più profondo. Serve un linguaggio comune. Serve una morale capace di entrare nelle case. Serve un calendario che scandisca il tempo collettivo. Serve una disciplina dell’anima che trasformi il comando in abitudine e l’obbedienza in ordine naturale.
Dopo Costantino, il cristianesimo divenne anche questo: architettura imperiale. Non soltanto fede, ma infrastruttura. Vescovi, concili, dottrina, diritto, liturgia, scuole, monasteri, registri e gerarchie. L’Impero non si limitò più a governare corpi, confini e tasse. Entrò nel tempo quotidiano delle popolazioni. Stabilì feste, peccati, virtù, appartenenze, riti di passaggio, forme della colpa e del perdono.
La conquista militare impone il dominio. La conquista religiosa lo rende familiare. Trasforma il comando in dovere morale, la legge in ordine spirituale, la sottomissione in appartenenza. Roma aveva costruito strade per muovere eserciti, funzionari e merci. Con il cristianesimo costruì una seconda rete, più sottile e più resistente: una trama spirituale e amministrativa capace di tenere insieme popoli diversi sotto una stessa grammatica.
Secoli dopo, nel Mediterraneo, quel metodo riappare con un altro volto. Non porta più l’elmo del legionario, né la croce dell’impero cristianizzato. Usa parole nuove: cooperazione, resilienza, transizione verde, sicurezza climatica, dialogo, sviluppo, inclusione. Il meccanismo resta riconoscibile. Prima si crea un linguaggio comune. Poi si formano intermediari locali. Poi si coordinano risorse, dati, infrastrutture e procedure. Alla fine un’intera regione viene abituata a pensarsi come un unico spazio da amministrare.
Oggi questa architettura ha anche un nome istituzionale preciso: Unione per il Mediterraneo. Una formula diplomatica, quasi neutra, che però indica una struttura politica concreta: 43 Paesi, piattaforme regionali, piani d’azione, fondi, ministeriali, reti tecniche, agenda climatica, energia, acqua, protezione civile, digitale e migrazione.
Le politiche sul fumo, sull’alcol, sul benessere animale, sul divieto di mangiare carne, sulla rimozione dei simboli religiosi, compreso il velo nello spazio pubblico, sui menu nelle mense scolastiche, sulla tolleranza verso i reati commessi da stranieri, sui finanziamenti alle moschee e sull’uso politico dell’accusa di islamofobia rientrano in questo schema.
Il Mediterraneo di oggi viene governato attraverso emergenze, investimenti, energia, acqua, clima, migrazione, protezione civile, università, giovani leader e società civile. La fede imperiale di ieri lascia il posto alla governance tecnica di oggi. Cambiano i simboli. Cambia il vocabolario. La logica resta: unificare ciò che è frammentato, standardizzare ciò che è locale, portare le risorse decisive dentro una catena di comando più ampia.
Carmen Tortora
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