Politica e felicità nel pensiero di Aristotele

Aristotele

La felicitá non va intesa quale benessere materiale, ma come esercizio, nel modo migliore possibile, delle capacitá proprie dell’uomo, ossia delle sue virtú

di Daniele Trabucco – Accanto alle “scienze teoretiche” che hanno per fine la pura conoscenza (la filosofia prima, la fisica, la matematica etc.) troviamo, come ben insegna Aristotele (384 a.C. – 321 a.C.), le “scienze pratiche” le quali, a differenza delle prime, hanno per fine l’azione, o meglio l’agire bene. Ora, mentre nell’ “Etica a Nicomaco” e nell’ “Etica Eudemia” Aristotele si occupa del bene del singolo, nella “Politica” affronta il bene della famiglia e della cittá.

Tuttavia, dal momento che il bene del singolo non é separato dal bene della “polis” in quanto ne é parte integrante, la scienza o filosofia pratica che tratta la questione del bene é la “scienza politica”. La politica, dunque, é l’arte non del consenso, ma del bene.

In che cosa consiste questo bene?

Aristotele, nella “Politica”, risponde che é la felicitá la quale non va intesa quale benessere materiale, ma primariamente nell’esercizio, nel modo migliore possibile, delle capacitá proprie dell’uomo, ossia delle sue virtú. Nell’uomo, peró, non si trovano solo eccellenze di ragione (c.d. virtú dianoetiche), ma anche di carattere (c.d. virtú etiche). Pertanto, non avremo solo le eccellenze teoretiche come la sapienza, che assomma in sé anche l’intelletto, concepita quale conoscenza dei principi, ma pure il coraggio quale giusto mezzo tra temerarietá e viltá, o la liberalitá, ossia il giusto mezzo tra avarizia e prodigalitá etc.

Aristotele non nega affatto il piacere, tuttavia non lo considera il sommo bene, la felicitá, bensí un “quid” strumentale all’esercizio migliore delle virtú. La cittá, quindi, non ha come finalitá il semplice vivere, ma il vivere bene nel senso precedentemente indicato. Se a questo viene anteposto l’interesse dei governanti, il loro tornaconto personale, allora si assiste alla degenerazione della costituzione della cittá da concepirsi non nel senso moderno, ma quale ordinamento delle magistrature e della vita generale della “polis” medesima: ecco allora che al regno subentra la tirranide, all’aristocrazia l’oligarchia, alla “politia”, ovvero il governo della maggior parte, la oclocrazia ove prevale la “volontá delle masse” spesso eterodirette e soggette a continui e frequenti cambiamenti. In altri termini, la “democrazia delle pance”…la nostra

Daniele TrabuccoDaniele Trabucco – Costituzionalista
Professore strutturato in Diritto Costituzionale italiano e comparato presso la SSML/Istituto ad Ordinamento universitario “san Domenico” di Roma/Polo territoriale “Unidolomiti” di Belluno