Chiama Mulè “signora presidente”, la farsa della deputata Pd

Giorgia Meloni può dormire sonno tranquilli. Tranquillissimi. Se il livello dell’opposizione parlamentare è quello risibile andato in scena nelle scorse ore alla Camera, il premier non ha davvero di che temere. Durante il dibattito in Aula, la deputata Pd Maria Cecilia Guerra ha chiamato Giorgio Mulè con il titolo di “signora presidenteper protestare contro un parlamentare di Fratelli d’Italia che aveva definito Elly Schlein “segretario” del partito dem. E non segretaria, come invece – a suo avviso – avrebbe dovuto fare nel rispetto del suo genere.

Signora presidente…“, aveva dunque esordito Guerra nel suo intervento in Aula. E subito Mulè se ne era giustamente risentito. “Onorevole, avrei qualcosa da ridire. La mia identità è quella e se si rivolge a me lo faccia come presidente, non si può rivolgere a me come ‘signora presidente’…“, aveva quindi replicato l’esponente di Forza Italia.

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A quel punto, ecco le motivazioni della deputata del Partito Democratico: “Mi faccia spiegare. Il deputato Marco Perissa ha parlato della segretaria del mio partito chiamandola al maschile ‘segretario‘ ritenendo che questa sia una scelta che a lui compete. Quindi se è permesso rivolgersi a una donna con appellativo maschile, allora è consentito anche a me rivolgermi a lei al femminile a meno che non richiami tutti quelli che continuano a chiamare le donne al maschile. Lei tiene al suo genere, io tengo al mio“.

E l’ntervento di Maria Cecilia Guerra, per quanto debole nelle sue argomentazioni, ha persino suscitato un convinto applauso da parte dei colleghi delle opposizioni seduti accanto. Come se quelle appena ribadite fossero le grandi priorità della sinistra, le grandi battaglie sulla giustizia sociale. Come se quella provocazione avesse posto rimedio a chissà quale intollerabile iniquità. In realtà, quella sulla declinazioni dei generi è una costante preoccupazione – peraltro molto ideologica – dei progressisti che torna ciclicamente a proporosi anche tra i banchi parlamentari. Sia alla Camera, sia al Senato.

Proprio nelle scorse settimane, infatti, a palazzo Madama in 76 avevano scritto al presidente Ignazio La Russa per chiedere che il titolo di senatore sia declinato in base al genere. “Non è una questione solamente formale, perché la lingua che usiamo veicola non solo significati ma anche valori e giudizi culturali che spesso possono rafforzare gli stereotipi“, aveva lamentato la promotrice dell’istanza, Aurora Floridia di Avs. Ora il botta e risposta alla Camera, peraltro durante una seduta nella quale si parlava di ben altro.
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