Camera, 230 deputati in meno ma costa come prima

Vito Crimi

di Cesare Treccarichi (www.today.it) – Il Referendum costituzionale in Italia del 2020 è stato il passo decisivo verso la legge che ha ridotto il numero dei parlamentari: lo scopo era “tagliare i costi della politica”, ma l’ultimo bilancio della Camera dei Deputati dice che in realtà la spesa è rimasta la stessa. Dunque, nonostante il numero di deputati sia sceso da 630 a 400, la dotazione finanziaria della Camera non è cambiata. In più, i principali artefici della riforma del taglio dei parlamentari ne hanno beneficiato. Com’è possibile? Le risposte si trovano nel bilancio triennale approvato dall’Ufficio di presidenza a luglio 2022.

La riforma per il taglio dei parlamentari

Per la prima volta nella storia della Repubblica la Camera e il Senato hanno un numero inferiore di deputati e senatori, passati rispettivamente da 630 a 400 e da 315 a 200. Secondo l’articolo 138 della Costituzione per avviare una riforma costituzionale è necessario che il testo venga approvato in doppia lettura da entrambe le Camere a maggioranza qualificata dei due terzi.

A luglio 2019 la proposta di modifica della Costituzione arriva al Senato ma non viene approvata a causa del voto contrario espresso dai senatori del Partito Democratico e di Liberi e Uguali, allora opposizione del governo Conte I, e della non partecipazione al voto di Forza Italia. Alla Camera la riforma passa con la maggioranza dei due terzi, ma vista la mancanza del quorum alla precedente votazione del Senato un quinto dei senatori chiede il referendum per confermare o respingere la riforma.

Così, il 20 settembre arriva il referendum costituzionale, il quarto nella storia della Repubblica Italiana: vince il sì con il 69,96 per cento dei voti. Si schierano a favore del sì Movimento 5 Stelle, Pd, Lega e Fratelli d’Italia, a cui si oppongono +Europa, Azione e Sinistra italiana. Lasciano invece libertà di voto Forza Italia, Italia viva, e l’area di Leu proveniente da Articolo 1. Il taglio del numero dei parlamentari è realtà, una misura spesso cavalcata dal Movimento 5 Stelle, con lo scopo principale di voler “tagliare i costi della politica”.

In realtà, gli effetti economici per il bilancio dello Stato sono stati modesti: il risparmio netto che è derivato dal taglio dei parlamentari è stato calcolato in 57 milioni di euro annui, pari allo 0,007 per cento della spesa pubblica italiana. Per rendere meglio l’idea: poco più di un caffè a testa per ogni italiano. Il cambio più consistente è invece avvenuto a livello di rappresentanza: si è passati da 1 deputato ogni 96.006 abitanti a 1 deputato ogni 151.210 abitanti, e da 1 senatore ogni 188.424 abitanti a 1 senatore ogni 302.420 abitanti.

Perché la Camera continua a costare come prima

Nonostante il taglio del numero dei deputati, da 630 a 400, la Camera continua a costare allo stesso modo. Come si legge nel bilancio di previsione approvato dall’Ufficio di presidenza a luglio 2022 poco prima della caduta del governo Draghi, la dotazione annuale è rimasta uguale per il triennio 2022-2024: poco più di 943 milioni di euro.

Quanto costa la Camera dei Deputati dopo il taglio dei Parlamentari

Le spese dello Stato per la Camera dei Deputati (Fonte: Bilancio di previsione 2022-2024 della Camera dei Deputati)
Se alcuni capitoli di spesa sono diminuiti, altri sono aumentati, bilanciandosi a vicenda e permettendo ad altre voci di restare invariate. Ad esempio, il fondo per le indennità dei parlamentari è diminuito dai 145 milioni del 2022 ai 93 milioni del 2024, ma la voce “Contributi ai gruppi” è rimasta costante: 30,8 milioni l’anno fino al 2024, nonostante i 230 deputati in meno. Se dunque nella legislatura con 630 seggi ogni deputato percepiva 49 mila euro l’anno, con 400 seggi la cifra sale a 77 mila.

l caso di Vito Crimi e Paola Taverna

Vito Crimi e Paola Taverna, rispettivamente ex senatori del Movimento 5 Stelle, a causa del limite dei due mandati non sono stati candidati alle ultime elezioni, ma sono “rientrati” in Parlamento come collaboratori dei gruppi parlamentari di Camera e Senato del M5S. L’incarico durerà per i cinque anni della legislatura, con una retribuzione che dovrebbe essere di circa 70mila euro l’anno. Una forma di “compensazione”,  per la loro esclusione dalle elezioni a causa delle regole interne del Movimento.

È legittimo che i gruppi si avvalgano di collaborazioni esterne per l’esercizio del loro mandato, ed è una cosa che fanno tutti i gruppi, in ogni legislatura. Ma è curioso che proprio chi ha promosso la riforma, ora in qualche modo ne possa beneficiare. Così, in questa legislatura, la prima con 230 deputati in meno, il budget a disposizione è rimasto lo stesso: gli sbandierati “tagli ai costi della politica” non ci sono stati.

 

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