L’onore, il valore dei soldati e il mito della Vittoria

L’onore, il valore dei soldati

di Giuseppe Romeo – Oggi si dovrebbe festeggiare il sacrificio dei soldati italiani, quelli del Nord e quelli del Sud. Soldati animati da ideali patriottici e contadini strappati dalle terre e dalle famiglie per combattere una guerra di cui non conoscevano il motivo per un’idea di Patria lontana dalle campagne calabresi o siciliane e per un Re che nulla aveva di diverso dai reali del passato.

Oggi celebriamo l’onore dei nostri nonni e bisnonni comandati male e trattati peggio (quelli sopravvissuti) alla fine del conflitto. Gente costretta ad andare avanti ubbidendo a generali impreparati, chiusi nei loro cappotti di buon panno sartoriale e con aquile che svettavano solo sui loro cappelli. Contadini, operai, insegnanti, semplici impiegati e anche convinti intellettuali, tutti volti al sacrificio di vite spese ubbidendo agli ordini più disparati ed assurdi, privi di una ragione tattica meno che mai prodotto di una visione strategica.

Oggi dovremmo ricordare, per onestà nei confronti dei caduti e per non commettere errori e magari affidarci ad un merito che spesso manca nelle valutazioni delle carriere, la protervia di comandanti cinici ed inadeguati, pieni solo della loro supponenza o del sentirsi eletti per appartenenza ad una casta destinata a sopravvivere sulla morte altrui. Cadorna o lo stesso Badoglio, tra gli altri possibili esempi – il primo preso dalle fatiche a Udine e il secondo troppo impegnato a riposare, e con esso le sue batterie, la notte della rottura del fronte – hanno dimostrato come e in che misura anche la guerra era un confronto di classe.Un confronto che divideva tra chi poteva riposare, magari comodo nelle retrovie o in un quartier generale, tra chi poteva disporre della vita degli altri senza provare un senso di responsabilità e il soldato colpevole, quest’ultimo, sempre e comunque per gli errori altrui e reo di non avere ranghi o destini diversi.

Oggi dovremmo ricordare che non ci fu alcuna vittoria sui campi di battaglia perché la Grande Guerra si chiuse con la richiesta di armistizio da parte degli Imperi Centrali. Il conflitto era ormai insostenibile umanamente ed economicamente per tutte le parti e lo capì già Carlo I d’Austria-Ungheria che nel marzo 1917 tentò di salvare il salvabile, ma sbagliò solo a chiedere una pace separata.

Dovremmo ricordarci che dopo Caporetto il fronte era poco sopra Venezia e sotto Rovereto, altro che conquistare Trento e Trieste. Dovremmo ricordarci che dall’aprile 1917 e nei mesi successivi gli Stati Uniti misero in campo un milione di uomini sul fronte occidentale, obbligando i tedeschi a riposizionare un Corpo d’Armata da Est a Ovest e lasciando gli austriaci a difendersi da soli costringendoli, fallito il tentativo di spallata con l’offensiva del giugno 1918, ad arretrare e a riposizionare le forze almeno per garantire la tenuta dei confini imperiali pre-guerra, fallita l’offensiva di giugno.

Dovremmo ricordarci che, stremati tutti i protagonisti in campo, se non ci fossero stati gli Stati Uniti d’America non ci sarebbe stata alla fine la “vittoria” per gli italiani, o il ritiro per gli austro-ungarici, da Vittorio Veneto, e avremmo negoziato un armistizio con metà Veneto, senza le Venezie Giulie e il Trentino. Fu quel versamento di truppe a stelle e strisce ad Ovest, sul fronte francese, che cambiò le sorti del conflitto e diede respiro all’Intesa. Noi risalimmo occupando sino allo scadere ultimo del termine delle operazioni spazi lasciati liberi da chi cercava, alla fine, di tornare verso i confini di casa.

Il valore dei soldati, unico onore possibile

La storia si celebra con i fatti, e i fatti dimostrano che fu solo il valore dei soldati l’unico onore possibile. Quei soldati bistrattati, mandati al macello per soddisfare trovate fantasiose di comandanti che osservavano dalla trincea se almeno uno delle migliaia di disperati fosse stato capace di guardare, anche solo per pochi minuti, gli occhi del suo nemico.

Ecco, oggi dovremmo celebrare l’onore e il sacrificio dei soldati, chiedere scusa per le decimazioni, riconoscere i limiti di una cultura militare che poi, per celare errori e crimini, si nascose bene dietro il mito della vittoria. Ogni lapide, ogni monumento presente nei nostri comuni e verso il quale dovremmo inchinarci, dovrebbe ricordarci chi e come ha sacrificato vita e affetti per un’idea di Italia che nacque solo nell’ottobre del 1918 e non prima. Un’Italia che oggi, retoriche a parte, sembra gettare in un cestino se stessa e della quale i nostri nonni ne avrebbero solo pietà.

Oggi dovremmo celebrare una consapevolezza di Patria che fu il risultato di una fratellanza in armi nata tra i soldati, e non certo per merito di comodi ed eleganti politici o italici Napoleoni da Stato Maggiore. E, tra questi grandi soldati e miseramente piccoli generali, gli onori vanno ad un solo ed unico comandante e soldato, al Duca d’ Aosta. Quel Duca d’Aosta che sapeva bene che far pagare ai soldati gli errori dei comandanti è il più grande crimine che su un campo di battaglia può essere commesso.

Giuseppe Romeo – analista politico, saggista e accademico. Ha frequentato l’Accademia Militare di Modena e la Scuola Ufficiali dei Carabinieri. Laureato in Giurisprudenza, Scienze politiche e Scienze strategiche.

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