Beppe Grillo sulle orme di Lucifero

Il giornalista cattolico e saggista Maurizio Scandurra affonda l’irriverente comico decaduto come l’angelo ribelle pronto ad attaccare fede e ricchezza.

L’Italia impazzita al tempo del Coronavirus rivela un aspetto insolito e insieme inquietante. Tutti parlano di Chiesa, incluso Giuseppi (che quando però cita il Vangelo non ne azzecca una), tranne Bergoglio.
Che si fa sfilare innanzi agli occhi – e, certamente, lui solo sa il perché – significative porzioni di libertà d’azione, rinunciando così di fatto a quell’universale autonomia del Cattolicesimo sancita da norme di diritto divino che superano di gran lunga quelle dell’umano ius.

A complicare e appesantire un quadro già più che esaustivamente nero, ma nettamente chiaro negli intenti luciferini che esso comporta, si aggiunge anche la voce sgradevole e inopportuna di Beppe Grillo: per il quale patrimoniale ai paperoni italiani e IMU anche per le parrocchie risultano aspetti prioritari nella politica del Paese.

Il rischio è che si fa sempre più strada l’idea per cui la ricchezza è una colpa. Qualcosa da cui ben guardarsi affatto, da non desiderare, che attira più mali che bene. Di che parliamo, tanto siamo nella contea del Sussidistan.

Lecito domandarsi che titolo abbia questo povero genovese doc (che, date anche le proprie origini, è certamente uno che in fatto di tirchieria se ne intende) per fare simili affermazioni. Perché le tasche altrui sono sempre più belle da vedere delle proprie. Un po’ come l’erba del vicino, la più verde per antonomasia.

Già me li vedo i cari Fabrizio De Andrè, Bruno Lauzi, Luigi Tenco e Umberto Bindi in cielo intenti a domandare in coro al Signore che cosa mai abbiano fatto a Lui di male per condividere le loro nobili origini di grandissimi artisti con quell’equivoco signore privo di talento che ha tutto l’aspetto e il fair-play di un brutto ceffo qualunque e trasandato da evitare come la peste, tanto per restare in metafora. Che nulla aggiunge, e semmai sottrae, alla fama mondiale del capoluogo ligure un tempo anche prosperosa Repubblica Marinara.

Il Peppone de noantri – non certo quello memorabile e realmente divertente con cui s’accompagnava ai propri tempi il buon Don Camillo – è pur libero di dire, ahinoi, quel che gli pare.

Mentre Bergoglio tace, e l’ingiustizia di derivazione satanica propria di questo mondo fa sì che a perdere la parola sia invece il povero e amatissimo Papa Ratzinger: legittimamente asceso al Soglio Pontificio, ma altresì troppo rapidamente disceso. Uno che di cose da dire, probabilmente, ne avrebbe ancora, eccome.

Il Vaticano è un po’ come Glade Assorbiodori: pronto a farsi carico di qualsivoglia secolare decisione da subire passivamente proprio come fanno i sodomiti di dantesca memoria nei canti XV e XVI del suo memorabile ‘Inferno’.

Che si differenzia da quello corrente soltanto per via dell’assenza della bandiera arcobaleno: simbolo, quest’ultimo, della Gloria del Signore dopo il Diluvio Universale nella Genesi, scatenato proprio dall’Onnipotente per distruggere massivamente l’allora diffusa pratica dei matrimoni omosessuali. Che, pur con i Suoi tempi, tornerà certamente a risplendere e trionfare.

Maurizio Scandurra

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