Il confine fra aborto e infanticidio sta per scomparire in Europa

Marco Tosatti per radioromalibera.org – –  Mentre i candidati democratici alla presidenza, sull’esempio della Clinton, difendono il cosiddetto diritto della donna al late term abortion, vale a dire alla soppressione del bambino praticamente fino a poco prima della nascita, il confine fra la cosiddetta interruzione della gravidanza e l’infanticidio sta per scomparire in Europa. La denuncia viene da provita e famiglia, che rivela che un sondaggio condotto tra gli operatori sanitari nelle Fiandre, in Belgio, ha rilevato che il 93,6% dei medici intervistati concorda sul fatto che in caso di una condizione neonatale grave (non letale), la somministrazione di farmaci con l’intenzione esplicita di porre fine alla vita neonatale è accettabile”.

E dal momento che è sempre indispensabile fornire un’etichetta, alle cose, e questa etichetta deve essere meno aderente alla realtà possibile, lo chiamano: aborto post nascita. Forse perché infanticidio sembrava brutto.

Non stupisce più di tanto la cosa, in un Paese dove è diffusa la cultura eutanasica ed è legale anche l’eutanasia dei minori.

Sebbene il termine «condizione neonatale grave (non letale)» non sia definito nel documento, una formulazione altrettanto generica è presente nella legge sull’aborto del Regno Unito e ha in pratica consentito l’aborto fino alla nascita, per i bambini con diagnosi prenatale di disabilità, inclusa la sindrome di Down, il labbro leporino e il piede torto.

In un articolo, pubblicato dal British Medical Journal nel 2012, Francesca Minerva e Alberto Guibilini sostenevano che ai genitori dovrebbe essere data la scelta di porre fine alla vita dei loro neonati poco dopo la nascita perché sono «moralmente irrilevanti» e non hanno «alcun diritto morale alla vita» e che l’infanticidio non è diverso dall’aborto poiché sia ​​un feto che un neonato sono solo “persone potenziali” .

Suggerivano addirittura che l’infanticidio, che chiamavano “aborto post-nascita”, dovrebbe essere consentito anche quando un bambino è perfettamente sano se il figlio è indesiderato, scomodo o troppo costoso per i genitori.

Gli autori affermavano: «Sia un feto che un neonato sono certamente esseri umani e persone potenziali, ma nessuno dei due è una persona nel senso di soggetto di un diritto morale alla vita».

All’epoca si levarono parecchie risposte indignate, ma l’episodio in realtà fu giudicato una semplice esternazione accademica, certamente oltranzista, ma tutto sommato relegata all’ambito della libertà accademica di pensiero. Siamo stati troppo ottimisti, evidentemente; dal momento che la cultura della morte si fa strada sul serio e fa presa anche tra i medici, cioè tra persone che in scienza e coscienza dovrebbero essere votate a salvare le vite umane.

Che cosa si può fare per contrastare questo ritorno alla barbarie? Credo che la parola, la testimonianza, l’impegno sociale, capillare, anche nella vita quotidiana, siano fondamentali per cercare di diffondere la cultura della vita. Riflettere, far ragionare amici, parenti e conoscenti. Sapendo che siamo, e saremo controcorrente, dal momento che i media sono arruolati nella cultura opposta, quella del nichilismo individualista, e della morte.

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