Reddito di emergenza, trucco per regalare 27 milioni ai sindacati

Di Antonella Aldrighetti – -Ecco servito un altro bluff alle famiglie in difficoltà. Dopo la cassa integrazione erogata ancora con il contagocce, i bonus di 600 euro distribuiti a singhiozzo e i miseri buoni spesa arriva l’ennesima promessa tradita del governo giallorosso: il reddito di emergenza ai nuclei in difficoltà.

Qualche centinaio di euro per soli due mesi e poi basta mentre, la vera liquidità tangibile, è quella che sarà versata a piè di lista nelle casse dei sindacati e dei loro bracci operativi: i patronati. Già. Per ogni domanda presentata, evasa e accettata ai sindacati arriveranno 160 euro. Pari a 4 punti a patronato. Una bella mancetta in piena regola. Quanto invece al reddito di emergenza, il cosiddetto Rem, per richiederlo si deve stare entro il limite massimo di 15mila euro per quanto riguarda l’Isee e secondo il numero di figli si accederà a una somma che va da 400 fino a 840 euro. Tetto massimo raggiungibile solo con la presenza di un disabile in famiglia. Tuttavia dai primi conteggi parziali ma altrettanto stabili, e di cui sono in possesso proprio i patronati, nelle prime due settimane dall’apertura dei bandi, ben il 70% dei richiedenti prenderà il Rem che in media sarà di 550 euro mensili a famiglia per 2 mesi consecutivi. Che potranno essere luglio e agosto per i primi presentatari o agosto e settembre per i successivi.

Passando ai numeri: le famiglie che hanno presentato domanda all’Inps sono complessivamente 245mila. Di queste, 171mila e 500 hanno ricevuto il via libera. Quindi in tasca ai sindacati arriveranno sicuri 27 milioni 440 mila euro. Ecco perché viene fuori che qualcosa non funziona: lasciandosi prendere la mano dai paragoni si evince che ogni patronato incassa 5 punti per una domanda di pensione (pari a 200 euro) e 6 punti per una di invalidità (240) che si presentano indubbiamente come attività più laboriose. Quindi è evidente che sarebbe stato doveroso riconoscere qualche denaro in più alle famiglie e meno ai patronati. Ma il condizionale è d’obbligo se si considera che l’accordo Governo, Inps, sindacati è stato sancito dall’impegno da parte di questi ultimi di tenere buoni i propri iscritti e non promuovere scioperi fino a bloccare del tutto il Paese. Diversamente infatti questa scelta non potrebbe essere spiegata.

Nondimeno, nei mesi di lockdown, le sedi dei patronati e dei sindacati erano tutt’altro che chiuse, il lavoro non è mancato e altrettanto per i collaboratori che operavano in smartworking continuando a percepire mandati e proventi. Di contro il cuore produttivo del Paese con negozianti, piccole aziende, imprenditori hanno avuto aiuti economici vicini allo zero. Per non parlare di quanti lavoratori autonomi e piccoli industriali sono dovuti approdare presso gli sportelli bancari dotati di trolley per il trasporto di quei documenti necessari a garantire la propria solvibilità. Ossia per ottenere prestiti e mutui che il premier Giuseppe Conte, per primo, ha assicurato di garantire.

Ma non è finita qui la beffa. Tra paghette, mancette e promesse mancate si colloca pure la fare 2 del reddito di cittadinanza che si è oramai arenata: infatti a causa del lockdown si è bloccata da un pezzo la fase dei colloqui con i navigator e altrettanto quella della collocazione lavorativa che non è partita affatto. Senza contare che a ottobre prossimo scadranno i 18 mesi per i primi percettori che si ritroveranno di nuovo spaparanzati sul divano. E senza un soldo.

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