Silvia libera, Alberizzi: intervento dei turchi potrebbe costarci caro


di Euronews

L’elenco dei ringraziamenti del premier Giuseppe Conte è lungo: l’intelligence, l’Unità di Crisi della Farnesina, i Carabinieri del Ros di Roma, che sin dalle prime batture del sequestro di Silvia Romano erano stati inviati in missione in Kenya. Ma la liberazione della cooperante milanese è stata resa possibile dal coinvolgimento dei servizi somali e turchi, dopo il depotenziamento della rete di intelligence italiana nel Corno d’Africa.

Un intervento, quello dei turchi, che potrebbe costarci caro, dice Massimo Alberizzi, già inviato del Corriere della Sera, scampato anni fa a un sequestro in Somalia, grande conoscitore della realtà africana.
“Perché chiedere aiuto ai servizi turchi?”

Alberizzi pone subito una questione: “Io mi domando perché non si va direttamente a chiedere aiuto all’intelligence somala e si bussa invece alla porta dei servizi turchi, che ci chiederanno delle contropartite politiche, ad esempio in relazione alla guerra in Libia“.

Contropartita in Libia, dunque, dove l’Italia appoggia Fayez al-Sarraj, Presidente del Consiglio Presidenziale e Primo ministro del Governo di Accordo Nazionale della Libia formati in seguito all’accordo di pace del 17 dicembre 2015, sostenuto anche dalla Turchia ma su piani di interesse differenti. Ad esempio, nel gennaio scorso il presidente turco Recep Tayyp Erdogan aveva reso noto che la Turchia intende avviare delle attività di esplorazione e perforazione nel Mediterraneo alla ricerca dei giacimenti di gas. Erdogan faceva riferimento al memorandum d’intesa, siglato a novembre a Istanbul dal premier turco con il premier del Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli, Fayez al-Sarraj.

Sequestri per finanziare il Jihad?

Sull’interesse del Jihad a finanziarsi con i sequestri in Africa, i numeri dicono invece che “il business” sta scemando, ma sul pagamento di un riscatto per liberare Silvia Romano non sembrano esserci dubbi: “Certamente è stato pagato un riscatto – dice Alberizzi – fonti somale parlano di un milione. Francamente mi sembra un po’ poco, ma – in ogni caso – tutti in Somalia dicono che è stato pagato un riscatto“.

Quale rete di tutela per i volontari all’estero?

Sono oltre 3.000 gli italiani, tra cooperanti, volontari e giovani del Servizio civile universale e del Servizio volontario europeo che al momento sarebbero impegnati all’estero in progetti di cooperazione. La tutela, garantita dalle associazioni, a volte non è sufficiente. Secondo Alberizzi, “dovrebbe esserci un intervento dello Stato con le sue ambasciate e con i suoi consolati, non per vietare ma per seguire più da vicino i volontari, oltre che per spiegare meglio i rischi a cui vanno incontro”.

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