Coronavirus, l’economia resta ferma alla “Fase zero”

di Souad Sbai – – Coronavirus. Il 4 maggio è finalmente arrivato e l’Italia ha così riaperto i battenti, per quello che ci viene “concesso” dagli ineffabili DPCM di Giuseppe Conte. Nelle specifiche sulla cosiddetta “Fase 2” fornite alla Camera dei Deputati il 30 aprile, il premier ha fatto il punto sull’emergenza sanitaria, illustrando la “ratio” del graduale allentamento delle restrizioni dopo quasi due mesi di “lockdown”. “Siamo dentro la pandemia. Non ne siamo usciti e il governo non può garantire il ritorno alla normalità”, ha affermato. Prudenza, legittima, ma anche paura e non semplicemente di un contagio di ritorno, che con ogni probabilità ci sarà: l’insistenza da parte del governo nel voler imporre le stesse misure in regioni con un’incidenza del Coronavirus profondamente diversa, cela il timore di non saper gestire la situazione sul campo e di doversi quindi assumere il peso di eventuali colpe e responsabilità. Di qui, la “ribellione” di Veneto e Calabria, seguita poi dalle ordinanze di numerose altre regioni, che hanno deciso d’intraprendere la loro “via” alla riapertura, specie per quanto riguarda le attività produttive e commerciali, alla cui richiesta d’ossigeno l’esecutivo rosso-giallo si è mostrato finora particolarmente insensibile.

Conte ha dedicato al tema scottante dell’economia una parentesi del suo discorso, senza entrare nel merito dell’assoluta inconsistenza dei decreti “Cura Italia” e “Liquidità”, dimostratisi bazooka dalle polveri bagnate che hanno dispensato a gran fatica mollichine qua e là, lasciando imprenditori e lavoratori, soprattutto quelli davvero in difficoltà, completamente a terra. Il decreto “Aprile”, che verrà approvato chissà quando a maggio, prevede l’erogazione di 12 miliardi di euro a regioni, province e città metropolitane, ha annunciato il premier, ma direttamente ai cittadini, oltre alla proroga delle deboli misure di “sostegno” già adottate, non arriverà nulla. Resta così difficile credere alla promessa di provvedimenti volti a introdurre “nuove forme di protezione sociale”, questa volta con “meccanismi di erogazione rapidi ed efficaci”, che sarebbero “allo studio” del governo insieme a “sistemi di finanziamento a fondo perduto per piccole e medie imprese”, affinché non siano costrette a continuare a indebitarsi chiedendo prestiti in banca come previsto dal decreto “Liquidità” (e magari, si scoprirà, solo per poter adempiere agli obblighi fiscali).

Nessuna menzione, naturalmente, al MES, nel giorno in cui persino Repubblica ha parlato dell’esistenza di condizionalità di “sorveglianza rafforzata” che contribuiscono a materializzare nitidamente all’orizzonte il “cappio” della trojka paventato dalle opposizioni. Un cappio in cui Conte e il Ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, sembrano intenzionati in un modo o nell’altro a mettere la testa dell’Italia, per avere loro stessi sull’unghia una qualche liquidità da poter “redistribuire” nel breve periodo, poiché gli strumenti alternativi invocati sono insufficienti (Bei, Sure), tardi a venire (Recovery Fund) o impossibili (gli Euro o Corona-bonds, che dir si voglia). Che succederà dopo che i 36 miliardi per le spese legate all’emergenza sanitaria saranno evaporati? Ne serviranno altri e altri ancora per tenere in vita l’economia, e si accoglierà allora a braccia aperte la “vigilanza” dell’UE, che i presunti europeisti del PD (à la Gentiloni, Sassoli, Mogherini, lo stesso Gualtieri, Zingaretti & co.) faranno passare per vittoria contro populismo e sovranismo?

Basta mendicare oboli a Bruxelles, oltretutto non risolutivi e con il rischio concreto di vincolare il futuro dell’Italia alla volontà di paesi che hanno dimostrato di non possedere un’oncia della tanto sbandierata solidarietà europea. Supporto all’economia italiana dovrebbe semmai giungere da Francoforte, ovvero dalla BCE e dalla sua prerogativa di stampare moneta “whatever it takes”, considerata dal Financial Times l’unico via per “salvare l’eurozona” (si veda l’articolo del 21 aprile “Why the European Central Bank can save the eurozone”). Massicce iniezioni di liquidità dalla BCE, tuttavia, non saranno sufficienti. Per salvarsi da una recessione mortale, da dolorose patrimoniali, da prelievi forzosi sui conti correnti, dalla depredazione per mano straniera delle ricchezze rimaste (quella della depredazione è una costante nella storia del Belpaese), l’Italia dovrà necessariamente “fare da sé”.

In mancanza di una potenza di fuoco come quella tedesca (dei 1.900 miliardi di euro di aiuti statali alle aziende autorizzati dalla Commissione Europea, il 52 per cento è relativo alla Germania, contro il 17 per cento dell’Italia), sì all’emissione di buoni del Tesoro garantiti dallo Stato e dalla Banca Centrale Europea, come proposto da Giulio Tremonti. Sì anche riforme shock del fisco e della burocrazia anche nel segno della provocazione (l’Olanda fa impunemente “dumping fiscale”, come il Lichtenstein e altri paesi in Europa: non può farlo anche l’Italia e meglio?), valorizzando al massimo l’unicità del territorio (oltre al “bonus vacanze” per le famiglie meno abbienti, il governo ha vagamente considerato l’opportunità di un rilancio del turismo di fascia alta, ancor più in tempi di distanziamento “sociale” obbligatorio?).

Serve più che mai una strategia di politica economica che generi crescita liberando le migliori energie del Paese. Sotto questo profilo, invece, il governo rosso-giallo, con l’informativa del premier alla Camera, si è confermato nel solco tradizionale della sinistra statalista (vero Consigliera Mazzuccato?), che non riesce ad andare oltre la logica redistributiva di sussidi e indennizzi, meglio se è a debito. Ma la logica del “tirare a campare” non può più essere di rifugio. Senza un cambio di passo da parte dell’esecutivo, il sistema-Italia resterà fermo alla “Fase Zero”, e se il Paese riuscirà ad uscire dall’emergenza sanitaria, come sopravvivrà a quella economica?

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