Coronavirus, prestiti alle imprese: modulo di 10 pagine con avvertenze e minacce

di Franco Bechis – www.iltempo.it  – Dieci pagine. Con più avvertenze e minacce che banali richieste di informazioni. È questo il modulo con cui forse da oggi le imprese italiane al di sotto dei 250 dipendenti potranno presentarsi in banca per chiedere il solo finanziamento che viene garantito totalmente dallo Stato: quello da 25 mila euro.

Tutti senza eccezione, dal presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte al ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri ad ogni altro ideatore di questo sistema per concedere un po’ di liquidità a chi sta incassando poco o nulla da un mese e mezzo avevano assicurato che questa pratica sarebbe stata a burocrazia zero, una pura formalità senza istruttoria. Lo aveva assicurato anche l’Abi, pronta a farsi in quattro per erogare rapidamente quei fondi. Stiamo parlando per altro di un prestito restituibile con un massimo di 72 rate e di importo certamente contenuto. Vale per le imprese quel che avevamo detto per le partite Iva sui 600 euro: si tratte di briciole, ma per chi ha perso gli incassi di ogni giorno per colpa dei decreti di chiusura del governo e dell’assenza di gran parte della clientela anche quando si fosse restati aperti, meglio le briciole di nulla.

Ma quel modulo di richiesta dei 25 mila euro è a suo modo una piccola impresa: a chi lo richiede sono richieste già nelle prime due pagine ben 18 condizioni da auto certificare con sale in zucca, perché ogni frase posta con leggerezza fa rischiare un reato penale. Non è vero nemmeno che sia assente una istruttoria sul merito di credito: ci sarà, ma verrà fatta successivamente alla concessione del finanziamento e se si ravviseranno le condizioni di una revoca, l’impresa dovrà restituire tutta la cifra ottenuta, gli interessi e pure le sanzioni che verrebbero comminate.

Non solo, ma se gli affari dovessero andare male il Fondo di garanzia «acquisisce il diritto di rivalersi sullo stesso soggetto beneficiario finale per le somme pagate, e proporzionalmente all’ammontare di queste ultime, il Fondo si surroga in tutti i diritti spettanti al soggetto finanziatore». Traduco: ad essere garantita è la banca che anticipa quei fondi, non l’impresa che li riceve che se va in difficoltà rischia il fallimento mentre l’istituto di credito non corre alcun pericolo di non rivedere la somma prestata.

Si capisce bene oggi quello che scrisse Margherita, quella ristoratrice pugliese, quando senza ancora conoscere i particolari di questo prestito disse a Conte: «Si tenga i suoi soldi, io un altro mutuo non me lo carico. Preferisco chiudere».

Per altro durante quelle 72 rate chi riceverà da zero a 25 mila euro in questo modo si è impegnato firmando il modulo «a consentire in ogni momento e senza limitazioni l’effettuazione di controlli, accertamenti documentali ed ispezioni in loco presso le sedi dei medesimi stessi da parte del Gestore del Fondo». Pure commissariati dunque per avere avuto la miseria di questo prestito utile a coprire solo parte dei danni provocati da quel virus che si chiama governo Conte, il più insidioso di tutti.

Nelle pagine interne del giornale raccontiamo altre amenità su questo prestitino: se non paghi per difficoltà momentanee una (una sola) rata, salta tutta l’operazione e finisci all’indice nella lista delle imprese cattive pagatrici. Possono venirteli a prendere con le procedure coattive di Equitalia, con tutti i pignoramenti del caso. Insomma, ti hanno messo in ginocchio e ti trattano pure da presunto delinquente. Non oso immaginare cosa accadrà con la garanzia parziale su finanziamenti ben superiori ai 25 mila euro.

La sostanza da questa vicenda è che il governo sta prendendo per scemi tutti gli italiani rifilandogli una serie infinita di panzane. Sta accadendo in queste ore con la sperimentazione di quella app per telefonino che dovrà tracciarci per aprire la fase due. Il commissario Domenico Arcuri continua a ripetere in conferenza stampa che quella applicazione terribilmente invasiva della privacy sarà usata dai cittadini solo volontariamente e in modo anonimo. Un po’ difficile bersi spiegazioni così (anche se tutti in periodo di impazzimento lo fanno), visto che l’applicazione serve a rintracciare chi è stato in contatto con un malato di coronavirus per metterlo subito in isolamento: se fosse anonima come fai a rintracciarli e a metterli in isolamento? Ovvio che dovrai conoscere nomi, cognomi, numero di telefonino e indirizzo di casa e ufficio per fare quello che ti proponi. Poi sarà volontario l’utilizzo, ma se non la utilizza la stragrande maggioranza della popolazione, quella applicazione non servirà a un fico secco. Quindi legheranno la libertà vigilata concessa solo all’utilizzo di quella stessa app. Senza non potrai andare in giro, andare al lavoro, forse nemmeno uscire di casa. Insomma un’altra balla anche questa fra le tante che ci stanno rifilando a ripetizione.

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