Oriana Fallaci: “Nell’aria c’è un cattivo odore. È puzzo di vere Crociate a venire”

Il reportage di Oriana Fallaci “La guerra invisibile dei mullah”, pubblicato da “Corriere della Sera” il 18 febbraio 1991 e ripreso da “il Giornale”

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«I o mi chiedo per chi pregherà, il popolo saudita, nei giorni del Ramadan: per gli americani e gli europei schierati con gli americani, per i propri soldati e i kuwaitiani, gli egiziani e i siriani schierati: per gli americani e gli europei, oppure per Saddam Hussein? Gli americani non stanno facendo una guerra di liberazione, stanno facendo una guerra di distruzione. Non pensano che a distruggere l’Iraq e si comportano come se avessero dimenticato il Kuwait.

Del resto che gliene importa a loro del Kuwait? Non è che un distributore di benzina, per loro, un pretesto per installarsi quaggiù. Se anziché quell’angolino d’Arabia Saddam Hussein avesse invaso l’Uganda, non avrebbero battuto ciglio. Basta con questa guerra, basta. Gli iracheni soffrono troppo, muoiono troppo, sotto quei bombardamenti. Ma perché Bush non accetta la mezza proposta di Saddam Hussein? Perché non ordina ai suoi di cessare il fuoco e intavola un armistizio?».

Chi parla non è un palestinese che tira sassate agli israeliani o un tunisino che sfila in qualche corteo pacifista o un algerino sceso in piazza per dimostrare contro la guerra nel Golfo. È un suddito fedele di sua maestà re Fahd, un saudita che indossa il «thobe» e si copre la testa col «quatra» a quadretti bianchi e rossi, un mussulmano che all’alba e a mezzogiorno e nel pomeriggio e al tramonto e al calar della sera si ferma per pregare Allah.

(«Please, don’t write my name, non scriva il mio nome. Mi chiami semplicemente Khalid».)

Inoltre è ricco. A Riad ha due case, due mogli, una florida ditta che importa computer. Parla un ottimo inglese appreso a Londra dove ha studiato e s’è laureato in economia, ama far le vacanze a Roma e a Parigi, legge l’«Arab News» cioè un giornale conservatore, e non ama Saddam Hussein.

Dopo l’invasione del Kuwait si schierò dalla parte di chi invocava l’intervento degli americani. «Le dirò di più. Quando Schwarzkopf incominciò a costruire la sua Grande Armada, tirai un respiro di sollievo. Ma presto quel respiro divenne affanno, angoscia, e presi a chiedermi: Dio misericordioso, ora come faremo a mandarli via? Presi anche ad augurarmi che la guerra non scoppiasse o scoppiasse il più tardi possibile, e il 17 gennaio ho pianto. Non mi piace avere gli americani in casa, sapere che stanno nelle mie città e nel mio deserto. Non mi piace pensare che quei bombardieri decollano dalle mie città e dal mio deserto. Mi fa sentire in colpa. E questo senso di colpa dura da un mese. Un mese, capisce?!?».

«Bush aveva detto che sarebbe stata una guerra breve, rapida, e noi gli abbiamo creduto» interviene un altro, più giovane, sui trent’anni, che chiamerò Sharif. Suddito fedele di sua maestà re Fahd, anche lui, col «thobe» addosso e il «quatra» in testa, è anche lui ricco, educato in Occidente. (Per cinque anni ha vissuto a Washington dove studiava scienze politiche.) Anche lui nemico di Saddam Hussein. «Credendogli ci siamo illusi che si trattasse d’una guerra come quella di Panama e di Grenada, d’una operazione semplice e indolore, d’una specie di intervento chirurgico per togliere l’appendicite, e invece è un mese che distrugge l’Iraq. Distrugge quello e basta, del Kuwait non ha liberato che un’isoletta di mezzo chilometro. E ora che Saddam Hussein sembra disposto a patteggiare, fa orecchi da mercante. I suoi generali continuano a parlare di attacco terrestre e di sbarco. Ma quando lo fanno questo sbarco, quando lo lanciano questo attacco terrestre? La vigilia del Ramadan? Il Ramadan per noi è un simbolo di pace, di fratellanza, di purificazione, un periodo durante il quale i mussulmani di ogni paese vengono qui per pregare alla Mecca. Sarebbe uno scandalo se i cannoni tuonassero mentre i mussulmani di ogni paese sono qui per pregare alla Mecca, e capirei se qualcuno di loro ne approfittasse per scatenare attentati. Ieri un amico mi ha chiamato da Gedda. Era sconvolto, s’è messo a gridare: “Bisogna bruciare gli americani! Bisogna ammazzarli! Bisogna mandarli via!”. Sia pure a bassa voce lo ripetono in molti, quaggiù. Se parlasse l’arabo e interrogasse la gente per strada, ne ascolterebbe di belle. Ma lei crede che siano contenti, i soldati e gli aviatori sauditi, di sparare sui loro fratelli di Bagdad? Il pilota che ha abbattuto due aerei iracheni qui non è affatto un eroe. E quando ha detto alla TV che aveva avuto una buona giornata, molti hanno provato vergogna».

«Io ho provato vergogna a vedere la fotografia di otto marines che ballavano di gioia intorno a un carro armato perché a Bagdad era stato distrutto non so quale edificio» aggiunge un terzo che chiamerò Tarik. Venticinque anni, lui, figlio di un miliardario, e per sei anni studente all’Università di Los Angeles dove s’è laureato in storia e filosofia. «La stessa vergogna che mi ha chiuso la gola a udire la storia del rifugio dove sono morti centinaia di bambini, di vecchi, di donne. Non hanno chiesto nemmeno scusa, gli americani. Hanno detto che si trattava d’un obiettivo militare e basta, poi hanno aggiunto che certi obiettivi continueranno a bombardarli quanto gli pare. Non mi piacciono gli americani. Non mi piacevano nemmeno quando stavo a Los Angeles. Erano rozzi, volgari, specialmente i neri, e non facevano che scroccarmi cene nei ristoranti di lusso. Tanto sei saudita, dicevano, hai pozzi di petrolio. A volte per difendermi dovevo dire no, non sono saudita, sono afghano. Sono nato a Kabul, il mio nome è Ibrahim e mio padre fa il pecoraio. Con gli studenti iracheni invece mi sentivo bene, andavo d’accordo. Non dovevamo farla questa guerra, no. Non è nemmeno una guerra, è uno show televisivo per far guadagnare il padrone della CNN: quel Turner che va con Jane Fonda. Lo sa quanto costavano, prima della guerra, trenta secondi di pubblicità alla CNN? Cinquemila dollari. E sa quanto costano ora? Ventimila dollari. Le sembra giusto che gli iracheni muoiano per far guadagnare soldi al boy friend di Jane Fonda?».

«Mi ascolti bene perché questo discorso riguarda tutti gli occidentali: io all’idea di appartenere a un paese che ha chiamato gli americani e con gli americani voi europei, mi sento un traditore. E il mio mullah ha ragione a dire che tutti gli arabi che stanno da questa parte della barricata dovrebbero sentirsi traditori. Kuwaitiani compresi». «Il suo mullah?». «Sì, il mullah. È stato lui a spiegarmi ciò che non avevo capito».

Eh, sì: nessuno ne parla perché chi se n’è accorto ritiene che sia meglio non toccar l’argomento, non svegliare la tigre che dorme. Ma c’è una guerra dentro la guerra, quaggiù. Una guerra invisibile, intangibile, imprevista, e in un certo senso più terrorizzante di quella che avviene coi bombardieri, i cannoni, i carri armati, le navi, gli Scud: quella che, attraverso un risorto antiamericanismo, a poco a poco schiera i sauditi contro gli occidentali. La guidano i mullah dei quartieri periferici e delle moschee meno importanti, cioè i preti estranei all’oligarchia religiosa che assieme ai cinquemila principi della famiglia reale domina il paese. La sostengono gli intellettuali e i borghesi come i tre che ho chiamato Khalid, Rashid, Tarik, la appoggiano perfino alcuni membri dell’establishment economico-culturale.

E sebbene cresca in sordina, silenziosamente, cautissimamente, s’avverte in ogni strato della popolazione. Lo dimostra il cameriere che con malcelata ostilità ti versa il caffè nella tazza, il tassista che con mal repressa antipatia t’accompagna all’albergo, la ragazza in chador che nel rifugio ti lancia uno sguardo ostile, il soldato in tuta mimetica che quasi con rabbia ti esamina il lasciapassare, e addirittura lo sceicco che con falsa gentilezza t’ha invitato a bere il tè. Non a caso i volantini contro gli americani e i loro alleati incominciano a girare per le città. Coi volantini, le cassette sul cui nastro i mullah hanno inciso le loro proteste e le loro maledizioni.

«Sono cassette identiche alle cassette che durante il regno dello scià giravano a Teheran, a Tabriz, a Isfahan, a Shiraz» spiega colui che ho chiamato Khalid «e per ora vengono distribuite di nascosto o vendute sottobanco nei bazar. Ma non si faccia illusioni: diventeranno sempre meno segrete. Prima o poi quelle proteste e quelle maledizioni caleranno dai tetti a terrazza come succedeva a Teheran, a Tabriz, a Isfahan, a Shiraz».

Inutile controbattere che gli americani e gli europei sono venuti a morire per loro, per i loro dannati pozzi di petrolio, per la loro incolumità, quindi se gli stanno antipatici dovevano pensarci prima. Inutile replicare che le guerre si sa quando incominciano e mai quando finiscono, che non tengono conto dei Natali e dei Ramadan, che per farle non si sparano cioccolatini ma esplosivi che uccidono, che trenta giorni di guerra son pochi anzi pochissimi, e l’Iraq non è Panama, non è Grenada. Inutile protestare che se gli alleati bombardano Bagdad gli iracheni lanciano gli Scud sull’Arabia Saudita e Israele, ci annunciano le bombe chimiche, ci aizzano il terrorismo, promettono di farci nuotare nel nostro sangue. È altrettanto inutile ricordare che Saddam Hussein è un dittatore alla Hitler, un uomo spietato, un essere pericoloso per tutta la comunità internazionale e in particolare per chi ha la disgrazia di vivergli accanto, quindi questa guerra dentro la guerra è tanto illogica quanto ingrata. Se ne rende conto da solo.

«So benissimo» risponde «che i miei discorsi possono apparire ingrati, privi di logica e addirittura ingenui. Ma la realtà è quella che le ho esposto, e se potesse leggere dentro la mente del mio re, ci troverebbe pensieri molto simili ai miei. Siamo arabi, noi, e arabi di un paese che è il punto focale dell’Islam. La Mecca è qui, Medina è qui: tra un figlio di cane mussulmano e un figlio di cane cristiano o ateo il nostro cuore sceglierà sempre il figlio di cane mussulmano. Tra un fratello pericoloso e uno straniero amico, opterà sempre per il fratello pericoloso. Comunque io non credo che gli americani e gli europei siano venuti a morire per noi, per i nostri dannati pozzi di petrolio, per la nostra incolumità. Sono venuti a morire per se stessi, per i loro interessi, per i loro Paesi, cioè per rifar le Crociate, stabilire in questa parte del mondo la supremazia che hanno sempre cercato, e a invitarli noi sauditi abbiamo fatto un passo falso. Siamo scivolati sulla buccia di banana da cui eravamo sempre riusciti a tenerci lontano. Questo non è un conflitto tra noi e l’Iraq. È una Crociata tra noi e voi, tra il vostro sistema di vita e il nostro, tra la nostra religione e la vostra. E siamo appena al primo round». Poi si asciuga una lacrima e conclude: «Vuol sapere come finirà il primo round? Sia pure a costo di molti morti, forse tutti i morti che da un mese cercano di evitare bombardando l’Iraq, gli occidentali vinceranno. Il Kuwait tornerà al Kuwait. Bagdad e Bassora e le altre città distrutte verranno ricostruite dagli americani nel modo in cui gli americani ricostruirono in Germania le città distrutte dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. L’Iraq verrà risollevato dalla calcolata generosità di un nuovo piano Marshall. Qualcuno in Siria o in Egitto o in Iran prenderà il posto di Saddam Hussein perché Saddam Hussein non è che un attaccapanni cui appendere la giacca del Saladino di turno, e l’Arabia Saudita sarà la grande sconfitta. Non tanto perché verrà travolta da cambiamenti mostruosi, diventerà come il Giappone di McArthur o l’Iran di Khomeini, quanto perché nessun arabo ci perdonerà mai d’aver portato qui lo straniero».

Sono le sei pomeridiane, dal minareto della vicina moschea un muezzin sta urlando le preghiere del tramonto, dalla vicina base aerea i C-130 e i CK-135 e i C-5 Galaxy decollano con un fracasso mostruoso, e nell’aria c’è un cattivo odore, che non è puzzo di gas. È puzzo di vere Crociate a venire.