Londra, università e immigrazione: fatta la legge, trovato l’inganno

26 dic – Quest’anno le università britanniche hanno visto calare del 9% le iscrizioni di studenti extra-europei. Per l’anno prossimo, le previsioni sono ancora più negative. La contrazione delle immatricolazioni dovrebbe essere infatti perfino peggiore e sfiorare il 25%.

Si tratta di un dato preoccupante: la capacità di attrarre gli studenti stranieri è uno dei più genuini indicatori di salute di un sistema accademico ed è una voce rilevante del bilancio degli atenei. Senza contare l’importanza dell’indotto generato dalle università sul territorio: si stima che il contributo degli studenti stranieri all’economia britannica sia superiore a 2,5 milioni di sterline. Una cifra impressionante, ma che rischia di diminuire se sempre più studenti stranieri opteranno per paesi come il Canada, dove non è difficile ottenere un visto da studente.

La causa principale di questa situazione non viene infatti imputata alla recente riforma del sistema universitario, che ha diminuito il finanziamento statale e alzato mediamente le rette di iscrizione. La causa numero uno sarebbero le leggi sull’immigrazione decise dal governo conservatore di David Cameron.

Per capire le ragioni di queste decisioni apparentemente autolesioniste, occorre fare un salto all’indietro. Nei 13 anni di governo laburista, una serie di provvedimenti atti a incrementare la capacità attrattiva degli atenei britannici aveva reso molto semplice ottenere il visto studentesco. Le conseguenze furono: da un lato un sensibile aumento delle iscrizioni, un miglioramento dei bilanci delle università, positive ricadute sull’indotto e un ritrovato prestigio degli atenei britannici; dall’altro il sorgere di pseudo atenei fittizi, soprattutto a Londra, che in realtà servivano a garantire il visto studentesco a lavoratori altrimenti clandestini. Insomma, una situazione simile a quelle che si verificano in Australia e negli Stati Uniti, dove lo student visa è per molti la via più facile per cercare un lavoro in quei paesi.

Per limitare l’ingresso nel Regno Unito di migliaia di lavoratori scarsamente qualificati si è perciò deciso di porre delle restrizioni alla concessione dei visti per studenti. E quindi il paradosso è che a pagare il prezzo di queste decisioni siano futuri lavoratori altamente qualificati.

Da quest’anno, infatti, lo studente extracomunitario deve dimostrare una buona conoscenza dell’inglese scritto e parlato, non può lavorare più di 20 ore alla settimana e deve lasciare il paese una volta completati gli studi (a meno che trovi un lavoro che gli garantisca un salario annuale di almeno 20.000 sterline). Condizioni che, sommate fra loro, rendono lo studiare,  e il rimanere in Gran Bretagna dopo la laurea, molto più difficile di prima.

Questa svolta nelle politiche di concessione dei visti, voluta principalmente dal ministro degli interni Theresa May, ha messo in difficoltà suoi stessi colleghi di partito come il sindaco di Londra, Boris Johnson, che è da sempre un convinto assertore dell’importanza degli atenei e degli studenti stranieri per il benessere economico della capitale. Proprio per questo, in uno dei suoi frequenti tour all’estero per promuovere la capitale britannica e attrarre investimenti stranieri, ha stretto un accordo con l’Amity University, un’università privata indiana, per aprire un campus della stessa a Londra in grado di ospitare circa 15.000 studenti. Si tratterebbe di un investimento di oltre 100 milioni di sterline, che attrarrebbe anche accademici e ricercatori da tutto il mondo e avrebbe ovviamente una ricaduta occupazionale che andrebbe ben oltre il ristretto ambito universitario. Il tutto servirebbe a “bypassare” le restrizioni sugli student visa, poiché gli studenti sarebbero ufficialmente iscritti al sistema universitario indiano.

Marco Morini

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