“Monte Mario si. Monti Mario no”

di Vincenzo Merlo

Questa una delle tante scritte apparse poco prima di Natale sui muri di Roma, espressione della consueta, telegrafica saggezza, con la quale il popolo romano ha già emblematicamente giudicato la manovra del governo dei tecnici.

Manovra iniqua, recessiva, quella di Monti, e che metterà a rischio la tenuta economica e sociale del Paese, senza raggiungere alcun obiettivo in ordine al contenimento della crisi. Già, perché la situazione caotica che stiamo vivendo, soprattutto in Europa, e’ legata ad alcuni nodi strutturali di lungo periodo, irrisolti, che travalicano e rendono sostanzialmente inutili, se non dannose, le manovre pseudorigoriste di un singolo governo, acclamato come salvatore della patria, ma in realtà becchino del nostro Paese.

Il problema vero all’origine del disastro di questi anni, e di cui i soloni dell’economia e della politica non parlano mai, e’ nella competizione economica selvaggia che l’Asia (ed in particolare modo la Cina capital-comunista) ha ingaggiato con l’Occidente. Se le merci cinesi sono prodotte a bassissimi costi ( grazie ad un vero e proprio sfruttamento dei propri lavoratori, che nei campi di concentramento chiamati laogai raggiunge forme di schiavismo simil-nazista), ed invadono i nostri mercati, le imprese occidentali sono spiazzate e alla lunga non sono più concorrenziali.

L’avanzata rete di protezione sociale tipica dei Paesi occidentali, costituita di buone condizioni di vita dei lavoratori relativamente a salari, assicurazioni, assistenza e previdenza, e’ uno dei vanti delle nostre società: la si e’ ottenuta a prezzo di enormi sacrifici, nel corso di due secoli e mezzo di progresso.

L’indiscriminata apertura dei nostri mercati ai prodotti asiatici, culminata nell’ingresso della potenza cinese nell’Organizzazione mondiale del commercio, avvenuta senza alcuna reale contropartita all’Occidente, si e’ rivelata di fatto una scelta suicida che, stravolgendo le regole della competizione, ha costretto le nostre società ad una rincorsa esasperata al miglioramento della produttività. Di fatto facendo saltare gli equilibri economici e sociali su cui si fonda la nostra civiltà.

Perché il dragone capital-comunista cinese e’ stato favorito in questo modo, minando le basi stesse delle nostre società? Perché non si interviene, ad esempio chiedendo alla Cina di migliorare le condizioni di vita dei propri lavoratori e il rispetto di regole, controlli, a cui Pechino ha sempre fatto orecchie da mercante? Perché non pensare, in mancanza di risposte convincenti, di applicare dazi alle merci cinesi e asiatiche? Se non si ridefiniscono le posizioni strategiche di Occidente e Asia su questo problema dirimente, temo che affonderemo… a prescindere.

A questo primo nodo, insoluto, si collega il secondo: la “disinvoltura” delle Banche e dei fondi mondiali nel cercare profitti facili, investendo fiumi di denaro in derivati e titoli “spazzatura”. Ha scritto Stefano Cingolani su “Panorama”: “I banchieri hanno trescato con esoterici pezzi di carta dei quali nessuno conosce la portata ( i contratti derivati fuori mercato sono ancora 615 trilioni di dollari, quasi dieci volte il prodotto lordo mondiale), mettendo a rischio i soldi dei clienti. Salvati dai governi, hanno dissestato le finanze pubbliche”. Proprio così.

Va ricordato infatti che la crisi finanziaria attuale e’ figlia di quella del 2007-2008, quando esplose la bolla immobiliare negli Stati Uniti (generata appunto dall’eccesso di credito facile nei cosiddetti mutui subprime), crisi che si propago’ in fretta in tutto il mondo e che costrinse i governi a riesumare le politiche neokeynesiane di massicce iniezioni di spesa pubblica, con il risultato di salvare si’ la maggior parte delle Banche, ma anche di far esplodere i deficit dei singoli Stati, aggravando i debiti pubblici.

Per soccorrere le Banche nella crisi del 2008, in sostanza, i governi hanno alimentato a dismisura i loro passivi, tanto da spingere i più deboli tra loro sull’orlo del fallimento. Un serpente che si morde la coda, dunque, anche perché la politica ha dovuto vieppiù inseguire la finanza, sempre piu’ potente e pervasiva, in grado di dettare legge, di fare e disfare governi, in un quadro mondiale non governato da regole certe. “C’è ‘ bisogno di più regole e di più controlli”, si sosteneva in ogni dove solo tre anni fa, quando la crisi cominciava a mordere. Sarebbe bello domandarsi che ne e’ stato di quella richiesta e come mai la situazione e’ ulteriormente peggiorata in questi quattro anni… E’ in questo quadro di competizione micidiale e di globalizzazione sgovernata che si inserisce il terzo nodo irrisolto, vale a dire la crisi dell’area economica più debole, la zona euro.

Dovendo rientrare dalle esposizioni sui titoli “tossici”, le Banche ( a partire da quelle americane) hanno cominciato a “fare cassa” vendendo i titoli pubblici dei Paesi europei più indebitati, giudicati evidentemente i più rischiosi. Di qui le angosce “da spread” che attanagliano ormai buona parte dei governi europei. Il motivo di questa sfiducia e’ da rintracciarsi nella debolezza strutturale dell’euro, da ricondursi a tre motivi di fondo: l’euro non ha alle spalle uno Stato unitario; e’ partito con concambi errati; non ha una Banca Centrale che funga da garante di ultima istanza e che conseguentemente lo possa difendere nei momenti di crisi, come invece avviene per il dollaro americano, la sterlina inglese, lo yen giapponese.

Pensato da economisti e politici evidentemente sprovveduti (per stare a casa nostra, si pensi a Ciampi e a Prodi, per finire proprio a Monti), l’euro si sta dimostrando la moneta più fragile, esponendo a rischi altissimi i Paesi che l’hanno adottato. Altro che barriera di protezione! La moneta europea sta scivolando verso il baratro e rischia di far precipitare tutti coloro che ad essa si sono legati mani e piedi.

Senza provvedimenti rapidi, che almeno mettano la Bce in grado di stampare liquidità necessaria, l’area euro rischia il crollo, e nessuna manovra dei singoli governi gioverà a qualcosa. Una considerazione pero’ si impone, almeno per il nostro Paese: come e’ possibile affidarsi proprio a coloro che hanno esaltato la funzione “salvifica” dell’euro? “Monte Mario si. Monti Mario no”. Evviva la saggezza popolare!

Vincenzo Merlo

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