Quando Cossiga mandò i Carabinieri a circondare il CSM

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Ma certo che mandai i carabinieri! Mandai un generale di brigata con un reparto antisommossa, pronti a irrompere nel palazzo dei Marescialli”. Cossiga cercava di osteggiare lo strapotere di alcuni magistrati.  Come raccontò Guzzanti: I membri del Csm pretendevano di comandare come terza camera dello Stato, in barba della Costituzione. Volevano colpire il presidente del Consiglio Bettino Craxi che aveva polemizzato sulle inchieste seguite all’assassinio del giornalista socialista del Corriere della Sera Walter Tobagi, ucciso dalla Brigate Rosse, che Craxi considerò sempre interne ai salotti milanesi di sinistra.”

Impossibile non fare il paragone con un altro ‘‘presidente’‘ della Repubblica, che non mosse un dito quando Silvio Berlusconi, nel 1994, ricevette un avviso di garanzia mentre partecipava come presidente del Consiglio a un simposio internazionale.



di Lino Jannuzzi – IL FOGLIO – 18 Agosto 2010

La prima volta mi fece chiamare al telefono dell’Espresso dalla Batteria del Viminale, che era il febbraio o il marzo del ’68, e io e Scalfari eravamo appena stati condannati dal Tribunale di Roma per aver diffamato il generale Giovanni De Lorenzo attribuendogli il tentativo di eversione del “Piano Solo”. Dopo la sentenza, Scalfari aveva pubblicato sull’Espresso una durissima lettera aperta al presidente del Consiglio Aldo Moro, accusandolo di aver nascosto la verità’ ai giudici cancellando con i 71 omissis le denunce dell’inchiesta del generale Manes. Francesco Cossiga era sottosegretario alla Difesa e al telefono fu secco e perentorio: “Devi dire a Scalfari che sbaglia a prendersela con Moro. Gli omissis li ho messi io, Moro non capisce niente di queste questioni, e, fosse stato per lui, avrebbe messo in piazza i segreti più delicati della Repubblica”.

Un anno dopo, nel frattempo io e Scalfari eravamo stati eletti in Parlamento, ed era stata costituita la commissione d’inchiesta sui fatti dell’estate del ’64 Cossiga venne a pranzo da me, in via della Croce, e si vantò due volte: “Io li ho messi, gli omissis, quando ho mandato il rapporto Manes al tribunale, e io li ho tolti, ora che ho rimandato il rapporto alla commissione. Ma questo non servirà a dare ragione a te e a Scalfari“. In effetti, la relazione di maggioranza della commissione ci trattò benissimo, riempiendoci di elogi per le nostre qualità di grandi giornalisti, ma in sostanza confermò l’assoluzione di De Lorenzo. E Cossiga non ha mai più cambiato idea.

In occasione del suo settantasettesimo compleanno, nel luglio del 2005, quando lo intervistai e annunciò che dal primo gennaio 2006 si sarebbe ritirato dalla politica e fece un rapido bilancio di cinquant’anni di vita, gli chiesi: “Se un giornalista riprendesse e rilanciasse oggi la famosa inchiesta di quarant’anni fa sul ‘colpo di stato’ del generale De Lorenzo, riscenderebbe in campo per difendere il generale e l’allora presidente della Repubblica Antonio Segni, suo conterraneo e maestro?”. E lui: “Certamente, e accuserei quel giornalista di essersi inventato tutto… Il che non mi impedirebbe di diventare suo amico e di rimanerlo per quarant’anni, e di levarmi a parlare in Senato, riscuotendo la solidarietà di tutti i settori, in sua difesa, quando lo volessero arrestare per le sue sacrosanti critiche ai professionisti dell’antimafia…”.

Per l’occasione, Cossiga fece di più. Quando mi condannarono e il Tribunale di sorveglianza decise che avrei dovuto trascorrere in carcere due anni e quattro mesi, affittò un aereo per venirmi a prendere a Parigi, dov’ero per una riunione del Consiglio d’Europa: “Ti riporto io a Roma e ti accompagno fino a Regina Coeli…”. Non ero entusiasta della generosa proposta, e per fortuna mi tolse d’imbarazzo la grazia concessami dal presidente Ciampi, appena in tempo.

L’ultimo suo anno al Quirinale, mi chiamava alle sette del mattino perché andassi a far colazione da lui e, di solito, mi anticipava le sue “picconate”. Come quella volta che doveva andare al Palazzo dei Marescialli a presiedere il Csm e mi recitò, mentre si faceva la barba, il discorso che avrebbe fatto ai pm. Il Consiglio aveva posto all’ordine del giorno una “censura” al presidente del Consiglio dei ministri, che era Craxi, che si era permesso di criticare i magistrati che non avevano indagato a sufficienza sull’assassinio del giornalista Tobagi. Cossiga tolse la delega a presiedere la riunione del Csm al vicepresidente e preannunciò che ci sarebbe andato lui. Mentre si faceva la barba, fece chiamare il comandante dei carabinieri del Quirinale e gli ordinò di precederlo e di “circondare” con i suoi uomini il Palazzo dei Marescialli e di “tenersi pronti a intervenire” se, dopo il suo discorso, il Consiglio non avesse tolto dall’ordine del giorno la minacciata “censura” a Craxi.

Ce l’aveva con tutti Cossiga, e non lo mandava a dire, ma ce l’aveva soprattutto coi magistrati. Undici anni dopo quella volta dei carabinieri al Csm, si ripassava dinanzi allo specchio, sempre facendosi la barba, il discorso che avrebbe fatto al Senato per dimettersi da senatore a vita “per rimproverava ai governi di Silvio Berlusconi, quella di polemizzare tanto a parole con i magistrati e di promettere e preannunciare di continuo le riforme della giustizia, ma in pratica di non riuscire a concludere niente, mentre il potere abnorme della magistratura e il suo sconfinamento sui poteri del governo e del Parlamento non facevano che aumentare. E spesso, anche negli ultimi tempi, mi ricordava di una cena che avevo organizzato a casa mia tra lui e Silvio Berlusconi, qualche mese prima che il Cavaliere annunciasse ufficialmente la sua discesa in campo. Per tutta la cena Cossiga non fece altro che sconsigliarlo: “La politica e’ una cosa maledettamente seria, diceva, e non e’ per Lei, la faranno a pezzi…”. Berlusconi lo guardava sorridente e rispettoso, ma si capiva che ormai aveva deciso e che non avrebbe tenuto in nessun conto i suoi consigli.

Quando, il 27 novembre del 2007, presentò veramente in Senato le sue dimissioni da senatore a vita, Cossiga, più che con i magistrati, se la prese con “quel losco figuro del capo della polizia che si chiama Gianni De Gennaro”, definendolo “un uomo insincero, ipocrita, falso”, e “un personaggio cinico e ambiguo che usa spregiudicatamente la sua influenza”: “Un uomo che e’ passato indenne da manutengolo dell’Fbi americana, che e’ passato indenne dalla tragedia di Genova, e’ passato indenne dopo aver confezionato la polpetta avvelenata che ha portato alle dimissioni di un ministro dell’Interno…”.

Passarono settanta giorni senza che nessuno, a cominciare dal presidente del Consiglio e dal ministro dell’Interno, che era Giuliano Amato, rispondessero pubblicamente a Cossiga, finché, il 31 gennaio del 2007, il Senato mise all’ordine del giorno le dimissioni di Cossiga e il senatore a vita dimissionario si alzò dal suo banco nell’Aula, al tavolo delle commissioni, e disse: “Soltanto ieri il ministro dell’Interno ha risposto per iscritto e credo che egli, per quello che sa, abbia detto la verità. A motivo del contenuto della risposta del ministro dell’Interno ritengo mio dovere politico e morale chiedere pubblicamente e formalmente scusa al prefetto Gianni De Gennaro per le dure critiche o accuse da me più volte rivoltegli in quest’Aula e fuori di quest’Aula”. Poi ha confermato le sue dimissioni, che furono respinte a maggioranza.

Ma nessuno ha mai saputo, da allora, che c’era scritto in quella misteriosa lettera del ministro dell’Interno, e che ha indotto Cossiga a fare le sue scuse a De Gennaro. Tra tanti misteri, veri o presunti, che Francesco Cossiga si sarebbe portato nella tomba, questo e’ l’ultimo, ed e’ forse il più inquietante. A me, che glielo chiesi, rispose: “Ti posso solo dire che quello che mi ha scritto Amato e’ piu’ grave e scandaloso di tutto ciò che ho rimproverato a De Gennaro“.

L’ultima volta sono stato a casa sua a chiedergli di dire qualcosa su Giulio Andreotti, un breve contributo da inserire in un’intervista della Rai, nel programma “Big”, all’ex presidente del Consiglio, e ne disse più bene che male. Ci ripromettemmo di fare l’intervista anche a lui, per lo stesso programma. Non abbiamo fatto in tempo.

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