Milano: peste manzoniana e coronavirus, una nota storica

di Vittorio Zedda

Milano. Epidemia e vento freddo. Si sta in casa. A dire il vero la “zona rossa” è più a sud di Milano e riguarda una parte della provincia lodigiana : una zona decentrata della vasta regione lombarda,presso i suoi confini meridionali, segnati dal Po..

Non è che questa epidemia sia più preoccupante delle solite influenze stagionali, ma ha la caratteristica di diffondersi con una grande rapidità, che crea allarme. La cittadinanza si mostra generalmente attenta alle indicazioni che provengono dalle autorità sanitarie e da quelle territoriali, senza eccessive isterie né “assalti ai forni”.

A casa si trova il tempo di rileggere Manzoni e le descrizioni della peste a Milano, nel 1630. A parte i “monatti” che fortunatamente non circolano coi loro carretti nelle vie semi deserte, nei comportamenti e nelle fobie della gente si possono cogliere alcune analogie che a distanza di 400 anni, seppur in misura oggi assai minore, tendono talvolta a replicarsi. Ad alcune esigenze, quali quelle di evitare i luoghi affollati, si danno però oggi risposte diverse.

Una curiosità , per i non milanesi. In alcune zone della città sono visibili piedistalli , come quelli che in genere reggono una statua, che sostengono una colonna, talvolta sormontata da una croce . Quelle colonne vennero poste dove oggi le vediamo per ricordare che quel luogo aveva avuto una funzione sacra al tempo della peste. Le autorità religiose, per evitare il pericoloso affollamento delle chiese, consacrarono degli altari per la Messa, collocati all’aperto in spazi che consentissero ai fedeli di pregare senza accalcarsi, anzi favorendo una opportuna distanza fra gli astanti. Con la fine dell’ultima grande pestilenza , quegli altari continuarono per molto tempo a costituire un riferimento per i devoti . La normale ripresa dei riti religiosi nelle chiese, comportò inevitabilmente il progressivo abbandono di quegli altari , diventati poi talvolta ruderi indecorosi , per incuria ed usi impropri. Si decise così di eliminare quelle brutture, sostituendole però con una colonna che tramandasse il ricordo di un luogo sacro su cui per decine di anni i fedeli s’erano ritrovati a pregare. La città, espandendosi nei secoli, ha progressivamente inglobato altre colonne e tabernacoli che hanno avuto l’origine sopra descritta , disseminati in quella che una volta era ancora l’area agricola che circondava la città..

Oggi, forse, con le chiese chiuse per l’epidemia, può darsi che a qualcuno sia tornato in mente che i fedeli potrebbero nuovamente vivere i loro riti comunitari in luoghi aperti. Ma i tempi sono cambiati . E così il clima, e non solo quello. (V.Z.)

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