Capelli all’ultimo grido, smartphone e felpe firmate: la divisa dei “sofferenti”

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di Cristiano Puglisi

Evviva! Evviva! Sono sbarcati! Finalmente, dopo giorni di asfissiante e martellante propaganda, il Governo ha ceduto! I ragazzi della Sea Watch hanno messo piede sulla terraferma, a Catania. “Finito il calvario”, ha subito twittato la ONG.

Un calvario devastante a giudicare dalle immagini pervenute dal porto della città etnea… Un calvario che parla di tagli di capelli all’ultimo grido, modello calciatore, smartphone ultimo modello d’ordinanza e felpe firmate da noti marchi di abbigliamento sportivo. La tipica divisa dei sofferenti, dei profughi di guerra… Peccato che, nei Paesi d’origine di questi migranti, la guerra, probabilmente, non c’è. E, molto più probabilmente, quelli non sono profughi, ma giovani cui l’Europa e le ONG hanno venduto (a caro prezzo e senza spiegare loro i rischi del viaggio) il “sogno” della terra promessa. Un atteggiamento recentemente denunciato anche dal presidente dell’Unione Africana, Paul Kagame, che ha chiesto al vecchio continente di smetterla di propagandare l’Eden. Ma che volete che sia, in fondo. Sono dettagli.

Una nave per metà olandese e per metà tedesca che, in un lasso di tempo in cui avrebbe potuto tranquillamente far rotta sul porto di Rotterdam (12 giorni), se ne sta nel Mediterraneo attendendo il permesso ad attraccare. Anzi, costringendo i propri ospiti, come ha giustamente rilevato il ministro Toninelli, a un viaggio di 200 miglia con il mare in tempesta pur di arrivare sulle coste italiane…

Coste sulle quali, ad accoglierli, hanno trovato il solito tripudio festante di imbecilli: gli anti-italiani per professione, gli “accoglienti”, quelli che ritengono che lo stivale d’Europa, con le sue ridotte dimensioni, debba ospitare tutto il continente africano, se necessario. Ma accoglierlo per poi fare cosa? Di ieri è la notizia del suicidio di un 25enne nigeriano cui è stato negato il permesso di soggiorno. Perché poi è questa la realtà. L’interesse ossessivo-compulsivo per i migranti si ferma, per gli “accoglienti”, al momento dello sbarco. O tutt’al più, al momento in cui lo Stato versa i contributi per il loro mantenimento in terra italica. Ciò che avviene dopo non importa. Chi se li ricorda, ad esempio, i 50 migranti della “Diciotti” spariti subito dopo l’attracco? Nessuno.

L’importante è gridare all’”accoglienza”, trastullarsi in un momentaneo orgasmo buonista, senza riflettere, senza pensare. Anzi, magari difendendo lo sfruttamento coloniale, come avvenuto con alcuni volti noti del “politically correct” con il caso del franco CFA, controsenso dei controsensi. Ma per la sinistra liberal, omologata sempre e comunque, per la sinistra infighettata della “società civile”, quella che sul Venezuela sta con Trump (nemico di Macron) contro il socialista Maduro e a favore di un tizio di estrema destra che neppure si sa chi sia e poi sui gilet gialli sta con Macron (nemico di Trump) contro i ceti popolari francesi, il controsenso è legge di natura.

Per questa sinistra, madrina di un’orribile weltanschauung tutta borghese a metà tra la Bocconi e Jovanotti, tra la Littizzetto e Cottarelli, tra i comunicati stampa della NATO e i sermoni di don Biancalani, è naturale soprattutto difendere il forte contro il debole, per poi piangere lacrimevolmente sul latte versato. Si sa, bisogna stare con i potenti perché, “è il mercato bellezza”, ma poi bisogna salvare la faccia. Come fanno, del resto, i “vip”, come fanno quelli di Hollywood, i cantanti e i calciatori. Due frasi buttate lì, la raccolta fondi per una ONLUS e via, si torna tra tartine e aperitivi eleganti a fregarsene del mondo. Così fa la “gente che piace”. E gli allocchi, come sempre, ci sono cascati.

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