Le lettere di Jonathan Netanyahu, comandante dell’operazione Entebbe

Domani 10 Aprile, alle ore 17 nella sala Collezioni di Palazzo Bastogi in via Cavour 18 a Firenze si terrà la presentazione del libro con la partecipazione di Michele Silenzi.

di Fiamma Nirenstein

No, Yonathan Netanyahu non era troppo perfetto, troppo bello e bravo per essere vero: era un eroe di Israele, era un ragazzo di Israele, insomma era Israele. E per esserlo a pieno, occorre essere un eroe. Incarnava cioè la quintessenza di ciò che questo Paese è costretto a essere, come più volte Yoni annota, per seguitare semplicemente a vivere. Lui era anche bellissimo, generoso, colto, pensoso e maturo oltre la misura di quello che consente di sopportare la morte di un giovane come lui, e questo rende la lettura un romanzo appassionante, e molto doloroso. Ma anche esaltante e lieto.

Ciò che rende difficile accettare la morte di Yonathan non è solo lo spreco della perdita di un giovane meraviglioso: è l’intreccio fra la passione per la vita, per il pensieri e l’amore e la ineluttabile morte di Yoni, testimoniati dalle lettere. Perché il lettore sente che quella guerra, tuttora in atto, merita un lieto fine, e invece Israele seguita a essere assediato da tutti i possibili pericoli e anche da odiosi fraintendimenti. Lo dimostra nel piccolo volume uscito da poco l’encomiabile lavoro di Michele Silenzi che ha raccolto per Liberilibri le Lettere di Yonathan Netanyahu, scritte dal 1963 al 1976, quando è caduto ad appena 30 anni il 4 luglio a Entebbe.

Silenzi scrive poche righe ad ogni nuovo capitolo, ed è il lettore ideale del testo delle lettere, perché capisce che la tragedia di Yonathan non è una tragedia storica ma contemporanea, non la tragedia di Israele ma di tutto il mondo, quello che lo capisce e ancor di più quello che non ce la fa a rendersene conto. Yoni cadde per una pallottola al cuore alla testa del commando della Sayeret Matkal, l’unità speciale che liberò tutti gli ostaggi israeliani che i terroristi palestinesi e tedeschi (connubio che non esito a sottolineare) avevano sequestrato in volo e selezionati dagli altri passeggeri isolandoli in un capannone dell’aeroporto di Entebbe, con la connivenza del dittatore Idi Amin Dada. Tutti meno tre furono salvati, e tutti i soldati tornarono a casa. Yonathan corse per primo avanti, temendo che ogni istante di ritardo sarebbe costato la vita ai prigionieri, e fu colpito.

È un episodio fra i più esemplari e famosi della storia di Israele: un gesto impossibile che solo la volontà, il coraggio e anche la disperazione hanno consentito. Yonathan che non riposa da giorni per preparare col capo di Stato maggiore Motta Gur e il generale Janush (scomparso in questi giorni) il salvataggio, e studia l’operazione nei minimi particolari, cade in un placido sonno solo quando è già in volo verso Entebbe su un Ercules insieme ai suoi compagni. Come un Ettore che sta per andare allo scontro con Achille, conosce il suo valore, è ormai quieto dopo aver preparato tutto e tutti, ha sfidato la sorte già in mille operazioni che definire spericolate è dir poco, e si dedica solo a sostenere e a rincuorare uno a uno i suoi ragazzi, lui stesso ragazzo, mentre vanno ad affrontare faccia a faccia il destino.

La storia di Yoni è insopportabile perché è troppo vera, perché vive sempre nei ragazzi israeliani che affrontano tre anni di servizio militare: consapevolmente o inconsapevolmente, Yoni ha segnato la strada. Da studente in America sogna solo di tornare a casa perché, come dice, «brama Israele» come si può amare senza nessuna retorica la propria patria indispensabile per l’identità ebraica contemporanea; una volta in Israele esprime negli anni e in ogni lettera il suo grande amore per la famiglia, per il padre famoso storico Ben Tzion, la madre e i due fratelli adorati Benjamin, ora primo ministro, e Iddo.

Da ragazzo innamorato scrive a Tutti, la fidanzata che poi sposerà e da cui poi divorzierà per approdare al pensoso rapporto con Bruria. La narrazione tocca senza mai una parola di esaltazione o tantomeno di preoccupazione per sé un crescendo di operazioni belliche. La cronista conosce l’amore senza fronzoli per cui si è pronti a sacrificare la propria vita, si è imbattuta nel corso degli anni, come nella guerra del Libano nel 2006, in uomini come il comandante Roi Klein che, gridando la preghiera dello Shema Israel si fece saltare su una bomba a mano per salvare i suoi soldati, o Tomer Bouhadana, che fu fotografato mentre faceva la V con la mano e un medico gli teneva chiusa la vena del collo per evitare che morisse dissanguato, o i tanti che a Gaza ho visto chiedere di tornare subito alla loro unità anche dopo ferite gravi. Eppure sono sempre ragazzi che vivono con allegria, con entusiasmo.

Israele è costretta, come scrive Yonathan, a disegnare una figura di eroe perfetto come lui che non vuole la guerra, che ne sente l’immensa tristezza, ma che, come scrive, sempre strappato dal desiderio di studiare, di amare, di vivere, di passare il suo tempo a godere della bellezza sua Terra, deve non solo seguitare a combattere, ma farlo pensando, filosofando, e anche cercando di essere felice. Mi sono chiesta durante la lettura del testo molte volte se Yonathan fosse davvero felice, perché tanto rischio e tanta fatica si pagano, e infatti Yonathan ha subito ferite nel corpo, in guerra, e nell’anima, col divorzio e la lontananza dai suoi e con l’angoscia della perdita dei suoi amici in battaglia. Ma la risposta la dà lui stesso, quando almeno due volte dice ai suoi di essere felice, ebbene sì, a volte i mezzo a parole sconsolate soprattutto sulla incapacità degli ebrei stessi di capire come stanno le cose veramente e affrontare per quello che è il rifiuto arabo, che ritiene con amara preveggenza definitivo. Yoni già a trent’anni ha il bellissimo volto segnato di una persona molto più matura, la sua espressione è scolpita, e le ultime lettere ripetono una cosa che ho sentito dire tante volte ai soldati israeliani: «sono tanto stanco».

Israele è come Yoni: non può mai dormire, tirare il fiato, e non soltanto a causa dei nemici, e cerca di riprendersi fra uno sparo e l’altro, fra una goccia e l’altra delle pioggia di malevolenza che lo investe. Ma davvero è molto difficile, che la vita di Israele possa essere compresa con i normali parametri che si usano nel giornalismo e in generale nella narrazione contemporanea delle guerre. Il tenero amore di Yonathan per Bibi per esempio, è certo molto difficile da capire per i giornalisti che amano odiare il Primo Ministro di Israele, che pure nelle parole di Yonathan e nella storia di eroismo in guerra gli è stato gemello e compagno di battaglie, come anche Iddo. La parola eroe è bandita, la parola patria è vilipesa, ed è molto lontano da me volerne fare un simulacro. Ma proprio leggendo le lettere di Yonathan si capisce una cosa drammatica e che in definitiva ti afferra alla gola proprio come la morte di Netanyahu: se il mondo contemporaneo non riuscirà a capire Israele è perduto per sempre, e forse è proprio perché è ormai afferrato da un cupio dissolvi probabilmente dettato dal senso di colpa per la Seconda guerra mondiale che cerca di trascinare con sé il comprimario e la vittima del suo tormento, lo Stato degli ebrei.

IL GIORNALE



   

 

 

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