Non suicidatevi, è quello che vogliono

 

L’esercizio più difficile, di questi tempi, è cogliere il senso profondo degli accadimenti e capire se le scelte di governance politica – quindi economica – siano il frutto di entropia ormai incontrollabile – la crisi che fa saltare tutti gli schemi –  piuttosto che l’effetto di una certa volontà progettuale. Non parliamo di complotti, per carità, perché è talmente tutto alla luce del sole, mioddio, che l’esoterico non è mai stato così essoterico come ora. Tutti i documenti vengono lasciati bene in vista sul tavolo e forse è per questo che nessuno li vede, come la lettera rubata del racconto di Edgar Allan Poe.

suicidio

Nessun complotto ma una precisa volontà perseguita con un’infinità di mezzi ed innumerevoli attori. Quella di sostituire il mondo attuale, il suo sistema economico e sociale, con qualcos’altro che non sarà affatto all’insegna del progresso dinamico e mutevole come è sempre accaduto finora nella storia, ma in quello antistorico del regresso, di un’implosione nel nulla dell’immutabilità, dell’inevitabilità e della stabilità, che renda la società pietrificata ed i suoi componenti mummificati in uno stato innaturale di permanenza che si fondi sull’unico principio della separazione elitaria tra Noi e Loro. Un tentativo violento e tragico di spostare le lancette dell’orologio della Storia all’indietro e di impedire qualunque rivolta attraverso un’ultima grande controrivoluzione.
In questo contesto, la depressione indotta, instillata e coltivata nella popolazione, fino all’istigazione al suicidio è perfettamente funzionale al progetto.

Direi che uno dei pensieri più ossessionanti, concorderete con me, stia diventando “cosa succederà domani”, intendendo più precisamente “cosa potrà accadermi”. E’ un fenomeno paradossale perché stiamo appunto sprofondando nella depressione, intesa come malattia, come male oscuro, che viene indotta negli esseri umani come unico metodo per annichilirne la capacità di reazione e la depressione porta a preoccuparsi affatto del futuro, non esistendo alcun futuro per il depresso ma spesso solo la morte mediante suicidio inteso come cessazione di una vita ormai intollerabile.
Se persiste preoccupazione per il futuro, è perché un futuro pericoloso e potenzialmente mortale ci viene suggerito continuamente, come forma estrema di terrorismo psicologico fondata su una voluta inseminazione di incertezza. Non ci dicono: “domani ti ammazzeremo” ma suggeriscono ” non hai idea di ciò che potrebbe succederti in futuro”, il che, pensateci, è molto peggio.  Come il cut del regista del filmato dell’ISIS immediatamente antecedente al taglio della testa del malcapitato di turno. Il vuoto informativo che viene riempito dall’immaginario è quanto di più spaventoso si possa sperimentare.
Oppure, sempre per indurre disperazione e soprattutto impotenza, si proclama ufficialmente l’inevitabile: “Nulla sarà più come prima”, “il mondo sta cambiando”, “non c’è alternativa”. Tutto per creare uno stato di dissonanza cognitiva permanente.

Volete una visione di questo futuro proiettato nel passato che ci attende? Vi avverto, quella che vi propongo è una visione che mi terrorizza solo a scriverne ma che spero, esorcizzandola in questo modo, di ridurre a semplice fantasia pessimistica, a prodotto ectoplasmico di uno stato di shock indotto dall’incertezza del futuro che credo stiate sperimentando anche voi che mi leggete.
Dunque, mettete il mondo in pausa, fisso in un bel fermo immagine in mezzo alle luminarie natalizie e fermatevi un momento a riflettere a partire da questo spunto: avete mai pensato che potremmo essere semplicemente nel bel mezzo della transizione violenta ed in parte caotica, per il ruolo facilitante che il caos ha nei cambiamenti, da un modo di produzione ad un altro? Utilizzo la terminologia marxiana non a caso e non solo perché così sembrerà che io stia dicendo qualcosa di sinistra. L’analisi del capitalismo fatta da Marx diventa fondamentale nel momento in cui siamo chiamati a celebrarne il de profundis. Alla fine, l’ultima crisi periodica fu fatale e se lo portò via, porello.
Peccato però che una provvidenziale autopsia rivelerebbe abbondanti dosi di arsenico.

Non sarà che stanno accelerando la fine del capitalismo – intendendo con capitalismo ciò che i marxisti intendono per capitalismo – perché, quando morì il comunismo (anch’esso con l’aiutino provvidenziale di qualche dottor morte in Afghanistan) qualcuno pensò che anche il capitalismo in fondo aveva portato solo guai, specialmente da quando era riuscito, mescolato con la democrazia liberale e la produzione di massa, a creare benessere e ad allargare la platea, si, dei consumatori ma anche dei pretendenti diritti. Chi aveva combattuto il comunismo scoprì che la partita della lotta di classe non poteva essere chiusa con la sconfitta dell’URSS perché sarebbe rimasto un nemico comune: l’odiosa borghesia rivoluzionaria, rompicoglioni e dalla coscienza infelice che propugnava l’estensione del benessere in senso orizzontale e non solo in quello verticale paternalistico, e vi era riuscita in pieno e con il maggior vigore, nel periodo, breve ma intenso, della visione espansiva dell’economia corrispondente al secondo dopoguerra e agli anni del boom economico, che avevano creato il dominio della classe media.
Classe media che, di fatto, è la classe che si vuole far uscire sconfitta – ed eliminata dissolvendola nella povertà generalizzata – da questo scontro della civiltà contro sé stessa. Il titolo di questo articolo di Joseph Stiglitz è significativo e suggestivo: Why the U.S. Could Soon Be the World’s First Former Middle Class Society (“Perché gli Stati Uniti potrebbero diventare presto la prima società post classe media”).

A questo punto occorrerebbe, a sinistra, una certa onestà intellettuale di fronte a tanti evidenti indizi di un tentativo di assassinio in corso del capitalismo e da parte di chi, per riconoscere che il momento storico di maggior benessere per la classe operaia siano stati gli anni del periodo storico suddetto, ma non credo che i nemici da sinistra del capitalismo che parlano di lui come fosse ancora vivo, vegeto e scalciante, si siano accorti che stanno parlando di un malato terminale con la bara già preparata dai beccamorti della finanza, né tanto meno che vogliano riconoscergli il merito di aver loro permesso di esistere e di criticarlo. Tuttavia posso preannunciarvi che lo rimpiangeranno a calde lacrime un giorno nemmeno troppo lontano e voglio proprio sperare di potermi godere questo momento di sublime piacere sadico assieme a tutti coloro che condividono con me questa battaglia di conoscenza e libertà.
Bisogna essere proprio intellettuali disonesti intellettualmente per affermare che “non potevamo permetterci il welfare”, frutto anche di tante lotte operaie, ma soprattutto bisogna proprio odiare il padre borghese dal basso del proprio infantilismo per accettare di interpretare i meglio volonterosi carnefici del proprio popolo sperando di chiudere definitivamente la partita con sé stessi ed i propri edipi irrisolti. Fateci caso, i più solerti, le più bavose iene in attesa del cadavere della classe media da spolpare sono gli ex Lotta Continua e tutte le frattaglie e rigaglie del Sessantotto. Sono loro che invocano la patrimoniale e sono disposti a concordare con i rivali elettorali solo sulla necessità della tessera annonaria di povertà (o reddito di cittadinanza) e finiscono quindi per togliere ai benestanti per dare ai super-ricchi, illudendosi così di sopravvivere alla futura grande scrematura della società, poveri idioti. Dio, quanto ho goduto a leggere la descrizione della Sindrome di Hood fatta da Il Pedante!

Il più grande errore di Marx è stato quello di suggerire l’irreversibilità del progresso e teorizzare l’inevitabile sfociare del capitalismo sconfitto nel mare placido dell’uguaglianza socialista. Così gli omini rossi marxiani plaudono alla crisi strutturale probabilmente fatale del capitalismo convinti che ciò ci porterà al Mondo Nuovo del sol dell’avvenire. Temo invece che ciò che sostituirà il nostro mondo ed il suo  nuovo modo di produzione, non sarà affatto il radioso socialismo o la dittatura del proletariato ma un neofeudalesimo postindustriale dove una élite ristretta e selezionata su base di sangue governerà su masse sterminate formate da un Unterlumperproletariat (qualcosa di ancora più straccione del Lumpenproletariat perché formato non da poveri per nascita ma da ex benestanti immiseriti) indebolito dall’assenza di qualunque identità: personale, sessuale, sociale e nazionale. Una massa informe che, mescolata con elementi dissonanti esterni ad alta identità ed in competizione per la sopravvivenza, diverrà sempre più violenta e, per la sua tendenza alla proliferazione incontrollata di malcontento, agli occhi dell’élite assomiglierà così tanto ad un cancro che un giorno essa deciderà di estirparlo. “Per salvare il Pianeta”, ovviamente.

Un mondo che si vuole far girare all’incontrario è fatto di discorsi che devono essere decodificati ragionando in senso controiniziatico. Quando vi parlano di qualcosa che è fatto “per il vostro bene”, in realtà è per sterminarvi meglio. L’importazione di poveri multicolori non è per arricchire loro ma per impoverire voi. Così il mescolare e far convivere forzatamente le etnie e le religioni non è per l’assimilazione pluralistica e multiculturale ma per la dissoluzione nell’omologazione totalitaria della monocultura del più forte. La parola melting pot suggerisce certo il mescolamento ma anche lo scioglimento, la dissoluzione.

E poi, la decrescita, definita felice da qualche frescone, nasconde la retrocessione ad uno stato dove le risorse non sono più garantite per tutti ma riservate a qualcuno in particolare sull’esclusivo principio del privilegio. La doccia fatta in gruppo serve solo probabilmente a permettere all’élite l’ennesima piscina olimpionica con idromassaggio.
La limitazione delle emissioni, concessa generosamente dall’alto nei convegni farsa e salutata con gioia dagli ecologisti inconsapevolmente complici del più grande prossimo genocidio della storia,  è una logica conseguenza dei discorsi sulla “distruzione della domanda interna”, fatti dai governanti sicari dell’élite con l’occhio senza vita dello squalo e il sorriso anaffettivo del sociopatico. Meno domanda, uguale meno consumi. Chi consuma poco? I poveri. Ma noi eravamo e siamo ancora ricchi! Si, ma non lo meritavamo.

Saremo poveri, il modo di produzione non sarà più capitalistico ma neofeudale e quindi, oltre agli svantaggi, non avremo più nemmeno i vantaggi del capitalismo. I vecchi non avranno più la pensione ma dovranno contare sull’elemosina del signorotto locale, probabilmente rinchiuso nel suo castello per difendersi dai saraceni.
Ma come, a proposito, gli immigrati non dovevano essere quelli che dobbiamo lasciare entrare perché ci pagheranno le pensioni? No. E’ una balla. Servono solo come lievito per far montare l’insicurezza, il caos, la violenza e giustificare quindi la repressione. Perché non penserete mica che il capitalismo, morendo, non si trascinerà dietro, aggrappandovisi con le unghie, anche la democrazia?
Gli stranieri servono per spingerci nelle riserve e sterminarci e, una volta che saranno diventati troppi, come è ampiamente previsto dagli indici di natalità, saranno sterminati anch’essi, con meno sensi di colpa rispetto a noi e con la scusa infallibile del sovrappopolamento. Altro che Islam trionfante! Per chi credete che siano quelle testate nucleari tattiche?
L’unico modo per salvare la Terra”, come piagnucolano gli ecopiagnoni e gli elitari travestiti da pecore, non è fare la doccia in quattro ma  sterminare qualche miliardo di persone per lasciare in vita solo la crema, l’élite. Elite che vuole solo rinchiudersi in un ghetto di lusso, in un eterno Club Méditerranée, assieme ai suoi servitori, in una fissa immobilità botulinizzata.

Scusate se mi si è visto troppo il pessimismo stasera.

P.S. Ringrazio ancora Il Pedante per il post pressoché perfetto che ci ha regalato e Claudio Messora per l’incredibile lavoro che sta facendo intervistando le poche voci critiche e fuori dal coro di questa realtà spaventosa. Ho disseminato nel post le ultime interviste realizzate ad Alberto Bagnai, Bruno Ballardini, Gioele Magaldi e Nino Galloni, che vi invito ad ascoltare con attenzione, avendo l’accortezza, prima, di spegnere la TV dell’informazione che serve, nel senso della serva.

da

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