USA: innocenti in carcere nonostante le prove, il Nyt attacca la giustizia americana

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- Si ha diritto a un nuovo processo in presenza di prove certe che smentiscono una precedente condanna? Apparentemente sì, ma questo fatto non è poi tanto scontato negli Stati uniti, dove un caso sta aprendo la porta a una battaglia legale senza quartiere destinata a finire davanti alla Corte suprema federale. Lo racconta oggi il New York Times online. I fatti riguardano un uomo di 41 anni, che sta scontando in Georgia una condanna all’ergastolo senza benefici di legge da quasi 15 anni.

Nel 2001 una giovane donna, di ritorno a casa, trovò un ladro nel suo appartamento. Questi la legò, la minacciò di morte e la stuprò. Indossava un paio di guanti blu e bianchi, poi lo sconosciuto andò via.

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Nello stesso periodo, due tizi – Sandeep Bharadia e Sterling Flint – furono coinvolti in una disputa tra loro: Bharadia accusò Flint di avergli rubato l’auto. Nell’indagare, la polizia di Savannah perquisì anche la casa della fidanzata di Flint e vi trovò i gioielli della giovane donna, un coltello e i guanti. La ragazza affermò che il fidanzato aveva chiesto di conservarli e Flint, interpellato, disse che li stava conservando per Bharadia. I due furono accusati entrambi del crimine contro la donna, ma Flint raggiunse un accordo con la procura, scontando solo 24 mesi di prigione e testimoniando contro Bharadia. A dare il colpo di grazia a quest’ultimo fu il riconoscimento della donna.

Tutto chiaro, insomma? Non tanto. Nessuna prova, salvo la zoppicante testimonianza di Flint e soprattutto il riconoscimento della donna – con tutta la fallacia di questo tipo di riconoscimenti – era contro Bharadia, che intanto continuava a sostenere di essere innocente. L’uomo fu condannato all’ergastolo e non si pensò neanche di fare il più banale dei test: il Dna sui guanti.

Bharadia chiese la possibilità di un appello e i suoi avvocati ottennero di fare il Dna sui residui dei guanti. Il risultato fu: Dna femminile all’esterno e maschile all’interno. Ma il Dna non era compatibile con quello dell’uomo. Allora i legali chiesero di ottenre il Dna di Flint, ma la corte disse no. E non ci fu un nuovo processo.

Passati diversi anni, il Georgia Innocence Project prese in carico il caso Bharadia e nuovi legali presentarono una mozione per ottenere un accesso al database del Dna CODIS (presso l’Fbi). E nel 2012 si ebbero i risultati: il Dna era di Flint.

A questo punto i legali, con queste nuove e – a loro dire – inoppugnabili prove si rivolsero alla corte per chiedere un nuovo processo. Tuttavia, la corte glielo negò e così fece la Corte suprema della Georgia. Nulla, a dire della più alta istanza dello stato, aveva impedito all’allora avvocato di Bharadia di chiedere il test del Dna e, anche se effettivamente questa prova “avrebbe probabilmente prodotto un differente verdetto”, ora un nuovo processo non può essere fatto, spiegava la corte. Una norma studiata, evidentemente, per impedire che i processi diventino infiniti, si ritorceva contro la possibilità di un uomo di tornar libero se innocente.

Al di là del fatto che la nuova prova sia o meno definitiva sul caso Bharadia, il professore associato di legge della Emory University Julie Sandman, che ha scritto l’articolo, sottolinea il fatto che “nella decisione della Corte suprema della Georgia, la questione dell’innocenza diventa irrilevante se c’è stato un fallimento nel modo in cui si è proceduti”. Cioè, spiega ancora, “una persona innocente può essere imprigionata e anche giustiziata, perché sono stati commessi errori dal suo legale”. ASKANEWS



   

 

 

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