Tagli alla sanità: il parto non è una malattia, partorite in casa

Un paio di giorni fa c’è stato l’accordo per il taglio di oltre 2 miliardi di euro sulla sanità.  Lo Stato deve risparmiare e lo fa, come al solito, sulla pelle dei cittadini. Non solo. Contemporaneamente parte la campagna per incoraggiare il parto in casa perché, se risparmio deve esserci, meglio farlo sulle donne e sui neonati.

Il parto “non è una malattia. Il percorso nascita in Italia deve essere riorganizzato, dando la possibilità alle donne di scegliere dove partorire in sicurezza, senza medicalizzare una condizione fisiologica”.

E’ la presa di posizione della Fondazione Gimbe, che in un documento (www.evidence.it/linee-guida-parto) ha reso disponibili in italiano le linee guida del Nice, l’Istituto nazionale inglese, che raccoglie dati sull’assistenza a partorienti sane e neonati e sulla scelta del setting del parto. Perchè poi dovremmo adottare le linee guida di un istituto inglese? mistero.

“La maggior parte delle donne che partoriscono è sana – afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe (che si occupa di Clinical Governance – Strategie aziendali per l’approccio di sistema al governo clinico) – ha una gravidanza fisiologica, va incontro a travaglio spontaneo e dà alla luce un neonato dopo la 37esima settimana di gestazione”. Eppure in Italia, “anche in assenza di reali fattori di rischio – sottolinea – continuiamo a mantenere modelli organizzativi che medicalizzano gravidanza e parto, a dispetto di evidenze scientifiche che dimostrano che per la maggior parte delle gravidanze fisiologiche non ci sono benefici materni e neonatali per scegliere la sala parto, dove il travaglio è oggi caratterizzato da troppi interventi ostetrico-ginecologici, divenuti routinari, ma spesso inappropriati”.

In particolare, secondo l’esperto, il Ssn “dovrebbe garantire a tutte le donne la libertà di scegliere, nell’area del proprio domicilio o nelle immediate vicinanze, dove partorire in sicurezza: oltre alla sala parto in ospedale pubblico o struttura privata, anche a casa propria e nei centri nascita a gestione esclusivamente ostetrica, sia fuori (freestanding) che dentro (alongside) l’ospedale. Ovviamente, prevedendo protocolli condivisi per trasferire la donna, quando necessario, nelle unità operative di Ostetricia e ginecologia”.

Secondo il ‘Certificato di assistenza al parto (Cedap). Analisi dell’evento nascita’ del ministero della Salute, gli ultimi dati relativi al 2011 evidenziano che in Italia meno dello 0,1% dei parti avviene a domicilio o in altra struttura non ospedaliera, pubblica o privata. E infatti, ricorda Gimbe, l’offerta di centri nascita a gestione ostetrica si conta sulle dita di una mano.Di questo, però, nel nostro Paese non ci si preoccupa. “Invece di avviare un confronto multi-professionale sulla riorganizzazione del percorso nascita basata su criteri di appropriatezza clinica e orientato dai reali bisogni della donna – denuncia Cartabellotta – il dibattito politico, manageriale, professionale e sociale ripropone continuamente le stesse criticità: la strenua difesa dei punti nascita con meno di 500 parti l’anno, i tassi di cesarei che in tutte le Regioni del centro-sud oscillano tra 35% e 65%, nonostante anni di Piano di Rientro, dimostrando l’inefficacia di questo strumento di favorire la riorganizzazione dei servizi e i rischi medico-legali, sicuramente reali, ma inevitabilmente condizionati dall’eccessiva medicalizzazione del parto”.

Le evidenze scientifiche recentemente sintetizzate dal Nice consigliano alle donne a basso rischio di partorire, previa disponibilità di un’assistenza ostetrica, al proprio domicilio o in un centro nascita (esterno all’ospedale, o adiacente alla sala parto), dove la percentuale di interventi ostetrico-ginecologici è più bassa e gli esiti neonatali sono di fatto sovrapponibili a quelli della sala parto, concludono gli esperti.

 



   

 

 

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