A confronto sull’euro (e la sua crisi) – Intervista a Bruno Amoroso

Euro1

Bruno Amoroso
Euro in bilico
(nuova edizione aggiornata)
Casa editrice Castelvecchi

All’alba del nuovo millennio le ambizioni economiche del Vecchio Continente risuonavano come una rivoluzione. Dieci anni fa nasceva, infatti, l’Euro. La nuova moneta veniva introdotta con l’obiettivo di unificare le valute nazionali dei Paesi aderenti all’Euro-zona e di coordinare le politiche monetarie degli Stati dell’Ue. Doveva servire anche a garantire la crescita e l’occupazione, per il raggiungimento della coesione sociale e territoriale dell’Unione e la protezione dalle speculazioni finanziarie contro le singole economie. Grandi aspettative, appunto, che dopo un decennio non hanno dato i risultati sperati: i Paesi che hanno adottato l’Euro mostrano un ritardo nella crescita economica rispetto a quelli che hanno mantenuto la sovranità monetaria nazionale.
Bruno Amoroso è docente di Economia Internazionale e dello sviluppo presso l’università Roskilde in Danimarca, coordina programmi di ricerca e cooperazione con i Paesi dell’Asia e del Mediterraneo e presiede il Centro Studi intitolato a Federico Caffè, di cui è stato allievo e stretto collaboratore. Tra i suoi libri: Della globalizzazione (1996), Derive e destino dell’Europa (1999), Europa e Mediterraneo, le sfide del futuro (2000), La stanza rossa-Riflessioni scandinave di Federico Caffè (2004), Per il bene comune-Dallo stato del benessere alla società del benessere (2009).


INTERVISTA A BRUNO AMOROSO, DOMENICA 10 AGOSTO 2014 (a cura di Luca Balduzzi)

L’introduzione di una moneta comune per tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, sotto la responsabilità di un istituto bancario comune, era veramente il solo primo passo possibile verso quella successiva unione anche politica (gli “Stati uniti d’Europa”) immaginata già da Eugenio Colorni, Ernesto Rossi ed Altiero Spinelli fin dal Manifesto di Ventotene del giugno del 1941?
Il tema che il Manifesto di Ventotene affronta è quello della crisi degli Stati nazionali, trasformati dai gruppi di potere del capitalismo industriale e militare in una gabbia che ha stravolto le aspettative di emancipazione dei popoli europei. L’analisi critica di questa evoluzione è molto forte nel Manifesto, ed è per questo che si propone il superamento della dimensione nazionale in direzione di un internazionalismo e di una solidarietà che sono i temi classici di quegli anni: l’internazionalismo del movimento operaio, il pensiero cosmopolitico, ecc. L’idea di una Federazione europea, primo passo verso una federazione mondiale dei popoli, fu quindi posta come via di uscita dalla crisi e dal disastro delle guerre.
Ma pochi anni dopo questo approccio fu smentito dai fatti e provocò lo sgomento degli autori stessi. La “guerra fredda” fece deragliare il progetto europeo -da progetto di pace e solidarietà in progetto di guerra” e competizione- e la sua gestione politica fu tolta alle forze sociali e culturali che lo avevano evocato e presa in mano dalle cancellerie degli Stati nazionali. Si è così ripetuto lo stravolgimento degli effetti emancipatori degli Stati nazionali a livello europeo e mondiale. La globalizzazione ha completato il quadro mettendo il progetto europeo al servizio dei gruppi di potere finanziario, industriale e militare.
La moneta poteva ed ha svolto in tutti questi progetti e processi il ruolo di supporto che le spetta naturalmente, che è quello di fedele servitore dei poteri egemoni. L’istituzione dell’euro, mediante un “colpo di Stato” attuato da Weigel (Germania) e da Ciampi (Italia), come ben descritto da Giuseppe Guarino nel suo Saggio di Verità (2014), perfeziona il ricostituirsi dell’asse Berlino-Roma, confermato dalla recente alleanza Merkel-Renzi. Si riconsolida così a livello europeo quel blocco di potere che portò alla crisi e alla guerra negli anni quaranta. Questo ci insegna (conferma) che non esistono soluzioni istituzionali e strumenti economici che di per sé portano al bene comune, perché questi sono sempre e comunque schiavi dei gruppi di potere che dominano e governano i processi.

Nel nostro paese, la ratifica del Trattato di Maastricht del 1992 non è stata accompagnata dallo stesso dibattito, politico e non, che ha tenuto banco in altri paesi (Danimarca e Gran Bretagna su tutti)… avremmo dovuto procedere con una cautela maggiore, chiedendo anche noi ulteriori garanzie? Quali, per esempio?
La ratifica del Trattato di Maastricht è avvenuta al termine di un forte dibattito politico durato in Europa circa due anni (1989-1992) nel corso del quale si sono scontrate due linee di pensiero e proposte politiche. La prima fu quella che sosteneva che la fine della guerra fredda offriva l’occasione storica di tornare a un progetto comune comprendente tutti i popoli europei in uno spirito di pace, cooperazione e solidarietà. Le divisioni, materiali e mentali prodotte dalla “guerra fredda” andavano superate non ignorandole, ma ripartendo da un processo di costruzione e mobilitazione dal basso che tenesse conto delle diversità storiche e culturali esistenti. Ripartire pertanto dall’Europa delle Regioni, cioè dalla ricostruzione delle quattro grandi mega-regioni europee -i paesi nordici, l’Europa centrale, l’Europa del sud e l’Europa occidentale- era il primo passo da compiere per istituire una confederazione di popoli europei rispettosa delle diversità esistenti.
Si scelse invece la strada dell’Europa siamo noi, in cui cioè i paesi della alleanza occidentale hanno fissato da soli i criteri di organizzazione e governo della nuova Europa. Quello che è accaduto è la cronaca di questo ultimo quinquennio nel quale la competizione e la guerra sono tornati a dominare il paesaggio europeo. I metodi applicati sono stati funzionali a questo progetto: impedire ai popoli di parlare, mediante trucchi giuridici e la manipolazione dell’informazione. In Italia si è insistito nell’applicazione di un dettato costituzionale che impedisce di mettere a referendum i trattati internazionali, tesi questa scioccamente sostenuta anche dalla sinistra che non ha esitato poi a modificare quei punti della Costituzione quando questo gli è stato richiesto dai poteri forti (pareggio di bilancio, ecc.).
In generale la strategia seguita dalla Commissione a livello europeo è stata quella di formulare Trattati ambigui che evitassero l’obbligo del ricorso al referendum popolare. Laddove questo non è stato possibile, grazie a forze politiche più vigili degli interessi nazionali e europei, la risposta è stata un sonoro schiaffo a questi piani d’integrazione come fu con il caso della Francia e dell’Olanda per la Costituzione europea, e della Danimarca per il Trattato di Maastricht. La legittimazione del processo europeo va ormai avanti da decenni non con la forza della volontà e della convinzione di costruire insieme un futuro migliore, ma con il ricatto e l’imposizione di obblighi che gli Stati avrebbero assunto e dai quali non si può prescindere, anche se questo è contro la volontà popolare e il buon senso.

Secondo alcuni, ben prima della crisi economica e finanziaria del 2008, già l’introduzione di parametri di convergenza identici per tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, così differenti fra loro in termini di debito pubblico, prodotto interno lordo e tasso d’inflazione, avrebbe contribuito a rallentare lo sviluppo di alcuni paesi e ad alterare/rovesciare equilibri…
Si sono trasformati in problemi di bilancio ed errori quelli che invece erano e sono i caratteri strutturali dei sistemi produttivi europei, delle forme di consumo, delle aspirazioni dovute alla diversità della struttura sociale dei vari paesi. Si è imposto un “indice di virtuosità” europea costruito sui comportamenti economici, culturali e sociali di un paese -la Germania- che il buon senso vorrebbe che fosse rimasta in ombra e in silenzio per almeno un altro secolo, ed elaborati da paesi -la Francia e la Gran Bretagna- che di questa tragedia europea sono stati i maggiori corresponsabili.
È paradossale che i responsabili politici italiani che hanno contribuito alla continuazione e rafforzamento di quelli che oggi sono caratterizzati come i “vizi” del popolo italiano (e non solo) -il clientelismo, la corruzione, la cultura della rendita, ecc.- quando questi sono stati a loro utili nel periodo della ‘guerra fredda’ per contrastare il comunismo e per concentrare gli sforzi della ricostruzione sulla Germania in funzione antisovietica, si ergano oggi a giudici ed esempi di virtù.

Quanto questa situazione ha contribuito ad aggravare le conseguenze che la crisi ha avuto su alcuni paesi, e sull’Europa in generale?
L’imposizione del criterio dell’élite di Bruxelles di One size fits all -una misura comune per tutti- è la causa maggiore di questa crisi. Questo è avvenuto accompagnato da una doppia manovra economica e politica: primo, togliere ai governi europei la sovranità monetaria che è da sempre lo strumento che consente di riaggiustare equilibri interni ed esterni tra le varie economie sulla base di decisioni che i singoli Stati possono prendere. Secondo, fissare vincoli politici al bilancio dello Stato per togliergli la possibilità di decidere su come ripartire gli effetti della crisi economica su i vari gruppi sociali, rendendo così impossibile di praticare politiche redistributive mediante le politiche fiscali e sociali.
Il Patto di Stabilità e il Fiscal Compact non sono la continuazione naturale dei dettati del Trattato di Maastrict, ma la modifica per via amministrativa dei principi di autonomia delle politiche economiche e di diversità tra paesi che questo pur riconosceva. L’approvazione rapida di questi due patti da parte del parlamento italiano, con l’approvazione della sinistra della modica costituzionale che il Fiscal Compact ha richiesto, mette in luce il grado di ricatto politico a cui le forze politiche sono sottomesse.

Aumenta ogni giorno di più il numero delle persone che invoca l’uscita del proprio paese dalla moneta comune, per potere ristabilire la propria sovranità monetaria e bancaria… una scelta di questo genere sarebbe veramente possibile?
La moneta comune è oggi la camicia di forza imposta alle economie nazionali e che, in assenza di altri strumenti di politica economica, le sta strangolando. Che l’Unione Europea non sia una area “valutaria ottimale” è stato scritto e detto da tempo. Il problema è che non è destinata ad esserlo neanche nei prossimi decenni. Collegare il discorso sulla moneta comune al progetto federale è pura idiozia. Questa è stata introdotta perché fosse lo strumento di esproprio delle economie europee da parte dei gruppi della finanza internazionale e, d’altronde, averne affidato la gestione a Mario Draghi, ne è la prova evidente.

Secondo alcuni (l’ex presidente della Confindustria tedesca Hans-Olof Henkel, l’economista George Soros, ecc.), una strada differente da percorrere potrebbe essere quella della separazione dell’euro in due…
Insistere sulla moneta comune, invece di istituire rapidamente forme più flessibili di monete comuni regionalizzate (la corona nordica, il marco dell’area tedesca, l’euro mediterraneo, ecc.) insieme al mantenimento di monete nazionali già oggi esistenti (sterlina, ecc.) significa portare l’intero progetto europeo al collasso. Si tratta di proposte ormai diffuse tra economisti e rappresentanti politici di vari paesi (George Soros, Hans-Olof Henkel, ecc.) e che solo una cultura da “capitalismo di straccioni” di parte della Confindustria e di servilismo politico da parte dei grandi partiti presenti in parlamento può continuare a negare.



   

 

 

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