Spezziamo le catene per riprenderci la vita

6 magg – Appartengo alla generazione degli anni 60, il che vuol dire aver superato mezzo secolo di vita: un punto di vista ideale per poter formulare un pensiero.

catene

Le civiltà del passato hanno avuto tutte un denominatore comune: il lento procedere dell’evoluzione. Alcune di queste poi, talmente lento da essere “imbalsamate” ad uno stadio primitivo. Ogni generazione ha consegnato alla successiva un bagaglio di migliorie che i secoli hanno trasformato in progresso…Ecco la parola chiave, il testimone che vorrei tra il banco degli imputati nel processo all’imbroglio alla mia generazione.

Se nel passato l’orologio evolutivo era in perfetta simbiosi con l’orologio interiore dell’uomo dandogli il tempo di assimilare ogni cambiamento sociale, negli ultimi decenni si è assistito ad un cambiamento evolutivo talmente irruento, devastante, spietato che la nostra generazione ne è stata violentata.
In pochi decenni siamo passati dalle candele ai led, dalla lavagna alla tastiera, dal telegramma all’ sms, dalle valvole alla fibra ottica.
Abbiamo messo troppe cose in poco spazio e in questo spazio ci sono milioni di vite danneggiate dalla menzogna di un progresso sbandierato e ostentato come unico obbiettivo verso il quale orientare generazioni disposte in nome della depravazione del nuovo culto a conformarsi secondo il concetto “produci e consuma”, pena l’emarginazione.

Sono testimone in quanto prodotto di questa logica di scarto che ha idolatrato il consumo ed esasperato sprechi e falsi bisogni, perché è in nome di questi concetti che si saldano le catene che ti legano alla logica depravata del consumo.
Hanno creato scale di valori che affermano che più i popoli sprecano e consumano, più stanno bene; si chiamano “panieri”, si chiamano “PIL”, ma dentro queste sigle non c’è una voce che quantifichi la gioia.

Dove sta scritto che il mio bene è dato dalla spesa? Sui testi di economia? Allora contro questi ci lancio quelli intellettuali, religiosi, filosofici che nei secoli hanno formato il pensiero dei popoli.
Come si fa a definire progresso ciò che non è altro che una mera quantificazione di prodotto che è garantita in quanto consumata?
Se rispetto al trentennio scorso la produzione è centuplicata perché lavoro le stesse ore della generazione precedente? Il progresso è tale se mi garantisce un alleggerimento del carico di lavoro…invece è il contrario! In più vado in pensione 10 anni dopo di chi mi ha preceduto…non è pazzesco?

Ma cosa è successo? Come abbiamo fatto a non accorgerci che qualcosa non funziona? Semplicemente con l’esclusione: se non aderisci al progetto sei fuori! Ma il bello è che pur avendo aderito sei fuori lo stesso!!!
Questa è la grande menzogna inflitta alla mia generazione: ha creduto agli ideali del nuovo messia industriale ed ora gli si impone l’esclusione.
Forse è stato solo colpa di un errore ortografico che abbiamo sprecato la vita: quello che ci veniva proposto non era “ ben-essere” ma “ben-avere” , è tutto qui e tremendamente diverso!
L’Essere basta a se stesso perché ha già tutto dentro, gli basta scoprirlo. L’avere è per sua natura infelice perché quantificato ed i numeri per loro natura sono infiniti per cui ciò che si basa sul numero non è mai sufficiente o lo è per poco.
Se non basta crederlo fidiamoci delle statistiche: psicofarmaci, antidepressivi, alcool e droghe non hanno mai registrato consumi cosi alti…Logico per una società infelice…

Dobbiamo rassegnarci a vedere il fallimento che ci consuma attraversandoci con le parole crisi, disagio esistenziale, recessione, deflazione, disorientamento?
Che dire a quelli che hanno creduto ai comandanti e che ora vagano ingrossando le file dei perdenti ideologici? E’ questa la versione civile dell’8 settembre?
Dobbiamo riprenderci ciò che abbiamo dato via per poco: il tempo!
Abbiamo dimenticato che il tempo è la cosa più preziosa della nostra vita. Lo abbiamo preso e consegnato legato e imbavagliato ai templi dell’assurdità: alle fabbriche, alle industrie grandi o piccole, a tutti quei settori che del nostro tempo si sono nutriti.
Quanto vale in denaro una vita? E se di questa più della metà ci è stata sottratta a partire dalla parte migliore, ci è stata risarcita con giustizia? No…? Allora c’è la beffa oltre che il danno!!!

Ho trascorso anni a lavorare senza nemmeno sapere che tempo era fuori. Ho trascorso interminabili ore di lavoro per anni, anni di cui non ricordo niente! Può essere peggio umiliata una vita?
A volte prendo un anno a caso e mi chiedo cosa ne ho fatto e puntualmente constato di ricordare poco o nulla… Provate anche voi e se il risultato non cambia allora dobbiamo cambiare una cosa: l’atteggiamento alla vita.

Gli antichi greci ci hanno insegnato che esistono due tipi ti tempo: Kronos e Teikos, l’uno è il tempo trascorso, l’altro è il tempo interiorizzato e noi di quest’ultimo ne abbiamo fatto poco uso. Si può arrivare anagraficamente a 90 anni, ma non abbiamo interiorizzato che pochi giorni, e questo è il risultato del dono della vita…è osceno!
La cura di questo male passa attraverso una disintossicazione: quella che ti fa pensare che ogni battito di cuore non torna indietro, che le cose semplici sono uniche, che la serenità è una cosa realizzabile al di là del tuo c/c, che non basta una vita a dimenticare un attimo adesso che basta un attimo per dimenticare una vita.

L’aspirazione di ognuno dovrebbe essere quella di diventare collezionisti di attimi, si può imparare riscoprendo la vita, rispettandone le pause, assecondandone le riflessioni, sforzandosi di vedere senza limitarsi a guardare quello che ci passa accanto.
Temo di dover dire una cosa apparentemente folle: liberiamoci dei pesi inutili, gettiamo l’oro che appesantisce il viaggio e conserviamo l’indispensabile: il cibo e l’acqua per il corpo e per la mente. Viaggiare leggeri apre cuore e mente e ci rende liberi, non inconsapevoli scarti di questa orribile discarica di consumo, consapevoli dell’orrore solo nel momento in cui la parola “rottamazione” viene usata per le persone. Perché in fondo è questo che ci ha regalato il progresso ora che la nostra data di scadenza è prossima, nient’altro che prodotti in offerta parcheggiati nella corsia centrale del grande centro commerciale.

Il destino delle “cose” che abbiamo santificato, si è uniformato al destino delle “persone” che abbiamo degradato.
Che valore dare alla giornata di lavoro che ci ha restituito alla famiglia rigonfi di nervosismo, stress, risentimento, impotenza e rabbia? E’ stata sufficiente qualche decina di euro a ricompensarla?

Che valore dare invece ad una operosa giornata trascorsa in un campo, raggiunto in bicicletta, dove le mani si sono redente solcando la terra? Io l’ho fatto, e nel farlo mi sono inconsapevolmente inginocchiato…ero davvero dentro una Chiesa! Quella è stata una giornata indimenticabile che a distanza di anni ricordo ancora ed ho avuto il privilegio di ripetere numerose volte!
Ora mi chiedo se vale la pena sacrificare un decennio sull’altare della produzione industriale sperando poi di avere ancora vita per le cose che amo, o lasciare ciò che non amo, ma ricattato da una decrescita monetaria?
Tutto sta nella misura del bisogno: più questo è piccolo più è estinguibile, scoprendo dopo di aver avuto la stessa deduzione di Socrate che passando per il mercato di Atene amava ripetere “ di quante cose non ho bisogno…”.

Roberto Finozzi



   

 

 

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