Europa al voto. Ma comanda la finanza – Intervista a Bruno Amoroso

Il Presidente della Banca centrale europea Mario Draghi e il Presidente della Commissione europea José Manuel Barroso

Il Presidente della Banca centrale europea Mario Draghi e il Presidente della Commissione europea José Manuel Barroso

Bruno Amoroso
Figli di Troika
Casa editrice Castelvecchi

Sono i sicari del potere: Fondo monetario internazionale, Banca Mondiale e Banca centrale europea. La nomenklatura finanziaria della globalizzazione si è consolidata nel corso degli ultimi dieci anni con il passaggio dal pensiero unico al potere unico. Secondo Bruno Amoroso sono gli «incappucciati della finanza» i responsabili del disastro economico europeo: persone a cui è stato affidato il ruolo d’infiltrarsi nelle istituzioni, di manipolare l’informazione e la ricerca, e che con il metodo della governance hanno minato le nostre società. I Signori della finanza globale reclutano adepti nei singoli Stati. Le loro strategie sono la «marginalizzazione economica» per destabilizzare le istituzioni, l’allarmismo e la tensione praticati nell’anonimato dei mercati finanziari. Hanno volti, nomi, cognomi e -come direbbe Federico Caffè- anche soprannomi. Un pamphlet duro in cui vengono svelati i metodi di reclutamento e di lavoro dei padroni della finanza, le cui carriere sono segnate dai disastri sociali ed economici che oggi ci troviamo a fronteggiare in Italia come in Europa.
Bruno Amoroso è docente di Economia Internazionale e dello sviluppo presso l’università Roskilde in Danimarca, coordina programmi di ricerca e cooperazione con i Paesi dell’Asia e del Mediterraneo e presiede il Centro Studi intitolato a Federico Caffè, di cui è stato allievo e stretto collaboratore. Tra i suoi libri: Della globalizzazione (1996), Derive e destino dell’Europa (1999), Europa e Mediterraneo, le sfide del futuro (2000), La stanza rossa-Riflessioni scandinave di Federico Caffè (2004), Per il bene comune-Dallo stato del benessere alla società del benessere (2009).


INTERVISTA A BRUNO AMOROSO, DOMENICA 13 APRILE 2014 (a cura di Luca Balduzzi)

Chi sono gli ‘incappucciati della finanza”? E come è possibile che gli Stati abbiano permesso loro di diventare i reali detentori del potere?
Il termine ‘incappucciati della finanza’ è stato all’inizio associato spesso a quello di “gnomi di Zurigo”. In entrambi i casi con riferimento a persone o gruppi della finanza che nell’anonimato gestiscono operazioni finanziarie e bancarie che sfuggono al controllo degli Stati e dell’opinione pubblica. In Italia il termine fu usato spesso da Federico Caffè nei suoi scritti raccolti di recente in un volume con lo stesso titolo pubblicato da Castelvecchi.
Il peso politico degli incappucciati è stato da sempre molto forte sulle economie capitalistiche e si è espresso come fattore condizionante della vita politica mediante il controllo che questi gruppi hanno acquisito sui mezzi d’informazione, sulle Fondazioni e sui partiti. Il peso crescente della finanza sulle banche e sulla grande industria, prima condizionate poi simbiotico, ha fatto il resto.
Tuttavia fino agli anni Settanta è esistita (in Italia) una relativa autonomia della politica e delle istituzioni dal potere degli ‘incappucciati’ mentre la loro crescente infiltrazione in queste strutture del potere ha inizio con gli anni Ottanta. Agli inizi, e questo il periodo che le denunce di Federico Caffè coprono, facilitando e incoraggiando la distrazione dei partiti politici e delle istituzioni verso i fenomeni vecchi e nuovi di speculazione e evasione. Poi dagli anni Novanta, con il “riordino” del sistema bancario italiano (a seguito di quello statunitensi e di altri paesi europei) attuato da Mario Draghi con le privatizzazioni e l’introduzione del Testo Unico del 1998 sulla finanza (Legge Draghi) che introduce il sistema della banca universale, cioè della banca di deposto e di affari prima tenute separate.

Quali sono le leve attraverso cui gli “incappucciati della finanza” si sono fatti strada all’interno degli organismi del potere, e continuano a mantenere il controllo su di essi?
Le leve, preparate dalla fase prima indicata, sono fornite dando agli strumenti monetari e finanziari l’autonomia dal potere politico (autonomia della Banca d’Italia dal Tesoro, e affermando grazie al ruolo di “utili idioti” dei mass media la superiorità morale delle istituzioni finanziarie e bancarie su quelle dello Stato, e infine scavalcando il ruolo di controllori e garanti delle istituzioni politiche assumendone direttamente la gestione. Dagli anni Novanta Mario Draghi e altri consimili passano indifferentemente da ruoli istituzionali a ruoli finanziari, pubblici e privati, e mediante l’eliminazione di personaggi scomodi del mondo bancario che tenevano ben fermo il concetto di separazione dei ruoli e il compito di difesa nazionale nella gestione monetaria e finanziaria (Baffi, Scognamiglio, Fazio) assumono in prima persona la gestione politica del potere.
Cioè, come ho illustrato nel mio testo Figli di Troika, le banche si fanno Stato. Fino al paradosso dell’Unione Europea dove non esiste un governo europeo ma 28 paesi sono governati da una Banca (la BCE) a capo della quale, guarda caso, c’è Mario Draghi. Per questo ho affermato che in questa fase gli incappucciati si sono tolti il cappuccio e hanno assunto direttamente la gestione politica del potere riducendo il ruolo delle istituzioni statali e europee (e dei rispettivi parlamenti) a quello di loro portaborse.

Secondo questa prospettiva, la crisi economica e finanziaria è stata anche indotta?
La crisi economia e finanziaria del 2008 è stata una crisi indotta e preparata a tavolino da gruppi ristretti della finanza statunitense con l’aiuto dei loro “sicari” europei. Gli studi di questa crisi sono numerosi (si veda per tutti il magnifico dvd Inside Job) e un economista statunitense ne ha illustrato le forme nel suo libro The Predator State (Lo Stato predatore) e l’ha definita così: «La crisi finanziaria dell’ultimo decennio originata negli SUA e diffusasi in Europa è la più grande ondata di crimine finanziario organizzato della storia umana».

La politica dell’austerità invocata dall’Unione Europea, e ribadita nel nostro paese dai Governi Monti e Letta, è veramente la sola soluzione possibile per uscire dalla crisi? O così ci viene presentata, con un secondo fine ben preciso?
Dalla “crisi” sono usciti arricchiti gli autori di questa operazione e gli attori (dirigenti di banca e operatori finanziari, e i politici a loro servizio), impoveriti milioni di famiglie e i ceti medi produttivi. Il costo della crisi è stato stimato al 5% del PIL europeo e italiano. In caso di rapina, perché di questo si è trattato, si dispone il recupero delle somme e il sequestro dei beni indebitamente ottenuti (bonus e altro) per la loro restituzione ai rapinati. Invece è accaduto il contrario. Sono i rapinati che con le politiche di “austerità” continuano a pagare la “restituzione del maltolto” ai rapinatori mentre le banche hanno goduto del contributo di solidarietà degli Stati europei. Questa situazione sta portando Stati come l’Italia al fallimento (mediante il cappio del debito e degli impegni europei) e la costituzione del governo Renzi ha il ruolo di curatore fallimentare del paese.

Aumenta ogni giorno di più il numero delle persone che invoca l’uscita del proprio paese dall’Unione Europea e dalla moneta unica, per potere ristabilire la propria sovranità nazionale e monetaria… una scelta di questo genere sarebbe davvero possibile?
Le politiche di cui abbiamo fin qui parlato, e di cui l’euro è stato uno strumento importante, hanno sgretolato il progetto europeo all’interno del quale esistono ormai gravi fratture prodotte dalle élite di Bruxelles. Queste fratture emergeranno chiaramente dalle prossime elezioni per il parlamento europeo. Quindi o si cambia rapidamente strada ricreando politiche di coesione sociale tra i paesi europei e abbandonando idee balorde come quella di Stati e mercati senza frontiere e senza controlli oppure il disastro europeo è inevitabile. L’euro ha rappresentato la presa di potere della finanza sul progetto di Europa politica. Non si tratta di cambiare rotta, perché il Titanic è ormai affondato, ma di aprire i boccaporti per salvare il salvabile e rimettere in mare le scialuppe degli Stati nazionali per ridar vita a un patto di solidarietà che riavvii su basi di cooperazione e solidarietà il progetto europeo.

Per contro, è ancora possibile ricostruire la fiducia dei cittadini nelle istituzioni europee?
Che questa fiducia sia oggi al punto più basso della storia è noto. Ne avremo conferma a maggio. Non si tratta di ricostruire la fiducia verso queste istituzioni ma di cancellarle per riavviare una riflessione su quale Europa vogliamo – un’Europa di pace e di cooperazione come pensato alle sue origini. Si tratta di costruire un’Europa confederale tra le sue maggiori aree di cultura e sistemi produttivi (Europa del sud, centrale, nordica e occidentale) all’interno delle quali gli Stati nazionali ritrovino la loro funzione di guida e co-sviluppo. Queste quattro aree di fatto esistono oggi ma sono schiacciate dal potere di una di esse (l’area occidentale-tedesca) e devono quindi riattivarsi e negoziare un nuovo sistema di cooperazione e convivenza. Dentro queste quattro aree è possibile ridare voce e fiducia ai cittadini europei.



   

 

 

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