I sauditi ricattano Putin: terrorismo sui Giochi se difendi Assad

sauditi4 sett – (libreidee) Tu chiamala, se vuoi, Terza Guerra Mondiale. Se gli Usa attaccano la Siria, dice lo stato maggiore libanese, Assad è in grado di reagire col lancio dei micidiali missili Iskander, che arrivano fino a 270 chilometri oltre i confini siriani. Peggio: in caso di attacco, Putin potrebbe far alzare i suoi caccia dalla base mediterranea di Tartus. Obiettivo: l’Arabia Saudita, grande manovale – sul terreno – della destabilizzazione pluriennale segretamente armata dagli Usa per rovesciare il regime di Damasco e assediare finalmente l’Iran. Nel braccio di ferro, anche i sauditi minacciano i russi: sui Giochi Olimpici di Sochi potrebbe incombere l’incubo del terrorismo. Inizialmente sottovalutata dai media, di giorno in giorno si rivela appieno la reale portata del drammatico appello lanciato da Papa Francesco: attenti, il mondo è davvero in pericolo. Nessun’altra guerra, negli ultimi cinquant’anni, presentava questi rischi di deflagrazione internazionale. Sullo sfondo, la resa dei conti tra Washington e Pechino per il controllo strategico delle risorse planetarie si sta avvicinando. E in Siria la partita è affidata largamente al terzo incomodo, la Russia, mentre per ora l’Europa resta a guardare.

Sottobanco, svela “Come Don Chisciotte”, c’è stata una dura vertenza proprio tra il Cremlino e Riyad. Qualche settimana fa, Putin ha incontrato lo sceicco saudita ultra-filoamericano Bandar Bin Sultan e lo avrebbe apertamente accusato di aver reclutato, armato e addestrato le milizie anti-Assad, che hanno cinicamente trasformato in sanguinosa guerra civile l’iniziale rivolta democratica contro la dittatura siriana. Prove in base a cui la Russia può considerare l’Arabia Saudita un nemico belligerante, con tanti saluti all’“intervento limitato” promesso da Obama, se è vero che i sauditi sarebbero protetti da un patto stipulato con Washington, che impegnerebbe gli Usa a difendere Riyad a condizione che i sauditi continuino ad accettare il dollaro come moneta internazionale per le forniture di petrolio. Si mette male, in ogni caso: il biglietto verde soffrirebbe se l’Arabia Saudita venisse direttamente coinvolta nel conflitto, e anche se all’ultimo si riuscisse ad evitare il peggio, perché – senza più guerra – è possibile che venga davvero realizzato il gasdotto Iran-Siria alternativo all’attuale “Nabucco”, destinato a rifornire l’Europa, via Turchia, del gas proviente dal Caucaso. Risultato probabile: ulteriore erosione del dollaro.

Ipotesi, queste, che forse aiutano a comprendere l’interventismo Usa anche sotto forma di business: «Bombardare la Siria o qualsiasi altro paese è una questione di affari», scrive Kurt Nimmo su “Infowars”. «La prospettiva di lanciare bombe sopra Damasco riguarda il beneficio del complesso industriale militare: si tratta di aziende transnazionali e banche internazionali piazzate per guadagnare sia cifre oscene, sia potere politico senza precedenti sulla scacchiera geopolitica». Ormai, le voci sulla guerra guidano i mercati finanziari: «Questa settimana, le quotazioni del mercante di morte Raytheon hanno toccato i loro massimi annuali e le azioni della Lockheed Martin hanno raggiunto il massimo in sei mesi lunedì, giorno in cui è davvero iniziata la propaganda bellica». Vizio antico: «Durante le guerre napoleoniche», aggiunge Nimmo, «il banchiere Nathan Mayer Rothschild svolse un ruolo determinante nel finanziare gli sforzi bellici dell’Inghilterra», approfittando poi della vittoria di Londra a Waterloo per manipolare i mercati, rastrellando obbligazioni.

Oggi la situazione è molto peggiore, date le dimensioni globali dell’economia finanziarizzata e controllata dalle lobby oligarchiche: «Aziende e banche – molto più potenti rispetto ai giorni di Nathan Mayer Rothschild – guidano inevitabilmente alla guerra il governo statunitense», avverte Nimmo. «Il “sangue blu” John Kerry Heinz e il “lettore di gobbi” Obama, attentamente sistemato dalla Cia affinché diventasse il primo presidente nero – e quindi con più teflon addosso rispetto a Ronald Reagan – sono attori minori». Sogni d’oro, nel frattempo, da parte dei media mainstream: giornali e televisioni continuano a ignorare la smisurata massa di fonti indipendenti, anche occidentali, che raccontano un’altra verità sulla macelleria siriana, destinata a fungere da alibi per l’innesco della possibile guerra mondiale contro cui, dal Vaticano, si sta battendo Jorge Mario Bergoglio, evidentemente informato di prima mano sulla reale entità del pericolo e sulle vere responsabilità della tragedia in corso a Damasco. «Non ci hanno detto che tipo di armi fossero e nemmeno come usarle: non sapevamo che fossero armi chimiche», confessa una donna combattente del quartiere di Ghouta in un allucinante reportage realizzato per “Mint Press News” da Dale Gavlak, corrispondente dell’Associated Press dal Medio Oriente nonché docente dell’università di Chicago.

Gavlak, riferisce Tyler Durden su “Zero Hedge”, ha raccolto le voci dei miliziani anti-Assad che ammettono di aver ricevuto armi chimiche. In più, i civili della zona colpita dai gas raccontano che la Ong “Medici Senza Frontiere” avrebbe ordinato ai propri sanitari di rifiutarsi di raccogliere le denunce dei feriti, presso i quali era diffusa la convinzione che le armi chimiche fossero state impiegate dai guerriglieri e non dall’esercito siriano. «Mentre Obama dice di essere “certo” che gli attacchi chimici siano stati ordinati da Assad – ribadisce Durden – sta emergendo un quadro ben diverso, se si vuol dar retta alle interviste con i medici, con i residenti di Ghouta, con i ribelli e con le loro famiglie: molti credono che alcuni ribelli abbiano ricevuto le armi chimiche dal capo dell’intelligence saudita, principe Bandar bin Sultan, e che siano responsabili degli attacchi chimici».

Del duro scontro a porte chiuse tra il plenipotenziario saudita e il presidemte russo ha riferito nei giorni scorsi un reporter giordano, Yahya Ababneh. L’uomo di Riyad avrebbe così minacciato Putin: «Posso garantire protezione sulle Olimpiadi invernali di Sochi, in programma del prossimo anno sul Mar Nero: i gruppi ceceni che minacciano la sicurezza dei giochi sono sotto il nostro controllo e non si muoveranno senza prima coordinarsi con noi». I sauditi dunque ammettono di controllare un’organizzazione terroristica che “minaccia la sicurezza” dei Giochi Olimpici 2014. «Forse – osserva Durden – la prossima volta che qualche gruppo legato ai terroristi ceceni bombarderà Boston, qualcuno chiederà all’Arabia Saudita, per lo meno, se ne era al corrente». Quattro settimane dopo, conclude Durden, siamo sull’orlo di una guerra totale. E senza che i grandi media, naturalmente, abbiamo fatto il minimo accenno a questi inquietanti, decisivi retroscena.



   

 

 

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