ROMA 29 GEN – Chi specula al ribasso sui mercati finanziari, e vende allo scoperto quello che solo virtualmente possiede, è cosciente dei rischi che corre. Se decide di operare comunque, confida nella debolezza di coloro che dovrebbero reagire alla sua azione. Se il rischio diventa troppo grande, lo speculatore si ritira.
In sostanza, egli vende quello che possiede virtualmente per riacquistarlo a un prezzo piĂą basso e lucrare sulla differenza tra il prezzo di vendita e quello di acquisto.
Speculare al ribasso su un titolo, sapendo che non interverranno in sua difesa i “cavalieri bianchi”, è come tirare un rigore a porta vuota. Quando molti investitori istituzionali decidono di vendere titoli del debito pubblico italiano, fanno crescere l’offerta rispetto alla domanda, determinando così il ribasso del prezzo e favorendo, di conseguenza, chi su quel ribasso specula.
Sapendo che la Bce non interverrĂ , o interverrĂ solo in maniera marginale e incostante nell’acquisto dei titoli oggetto della speculazione, i ribassisti andranno a colpo sicuro verso l’obiettivo.
Non c’è alcunchĂ© di magico: è il mercato; qualora nessuno intervenga a regolarlo. Se alle aste dei titoli di Stato a breve scadenza, la richiesta è superiore all’offerta, è fisiologico che l’interesse cali e sia calante anche lo spread.
Gli acquirenti dei titoli a breve sono, soprattutto, gli istituti di credito che beneficiano della liquiditĂ messa a loro disposizione dalla Bce, al modico interesse dell’uno per cento. Ma tutto ciò non ce lo raccontano nei veri dettagli, lasciando che nella nostra mente si formi l’idea di spread preferita da lor signori della tecnocrazia illuminata.
Quelli dello “spreadiamo che me la cavo”.
guglielmo donnini
