UCCISIONE DI DONNE “IN QUANTO DONNE” : SIAMO DAVVERO CERTI DI AVER COMPRESO IL MOVENTE?
di Antonella Baiocchi
Le recenti polemiche sul termine femminicidio hanno spinto il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi a intervenire pubblicamente su Facebook, per ribadire che tale parola identifica l’uccisione di una donna motivata da «odio, dominio e possesso esercitati sulla donna in quanto donna».
È una definizione ormai ampiamente condivisa nel dibattito pubblico.
Proprio per questo ritengo sia giunto il momento di porre una domanda che, fino a oggi, pochi hanno osato formulare apertamente: siamo davvero certi che la maggior parte degli omicidi oggi classificati come femminicidi sia motivata dall’odio verso le donne in quanto donne?
Condivido pienamente la necessità di contrastare ogni forma di violenza contro le donne.
Condivido altresì il valore storico delle battaglie che hanno consentito alle donne di emanciparsi da secoli di discriminazioni e di conquistare diritti fondamentali.
Ciò che desidero mettere in discussione non è la gravità degli omicidi di donne.
Ciò che desidero discutere è la correttezza della chiave interpretativa utilizzata per spiegare tali omicidi.
Secondo la definizione richiamata dal CNOP, il femminicidio sarebbe caratterizzato da un movente specifico: «odio, dominio e possesso esercitati sulla donna in quanto donna».
È proprio quell’espressione – in quanto donna – che, a mio avviso, merita una riflessione approfondita.
Se prendiamo sul serio il significato delle parole, un’uccisione “in quanto donna” dovrebbe implicare che il movente risieda nell’appartenenza della vittima al sesso femminile.
In altre parole, la donna verrebbe colpita non per ciò che ha fatto, detto o scelto all’interno della relazione, ma perché appartenente alla categoria “donne”.
Esattamente come accade nei cosiddetti crimini d’odio.
Quando una persona viene aggredita perché ebrea, perché nera, perché omosessuale o perché straniera, il movente non è una specifica divergenza relazionale tra autore e vittima.
Il movente è l’ostilità verso la categoria rappresentata dalla vittima.
Ecco perché ritengo legittimo pormi una domanda.
Siamo davvero certi che la maggior parte degli omicidi oggi classificati come femminicidi sia motivata dall’odio verso le donne in quanto donne?
Oppure stiamo osservando soprattutto divergenze relazionali non tollerate?
Quando analizziamo i casi che hanno maggiormente colpito l’opinione pubblica italiana, osserviamo infatti uno schema ricorrente.
Separazioni non accettate.
Rifiuti sentimentali.
Richieste di autonomia.
Scelte indipendenti.
Perdita del controllo relazionale.
Gelosia.
Desiderio di possesso.
Incapacità di accettare che l’altro eserciti la propria libertà.
È proprio qui che nasce il mio interrogativo: la vittima viene uccisa perché donna oppure stiamo osservando soprattutto divergenze relazionali non tollerate?
Perché appartiene al sesso femminile oppure perché ha deciso di interrompere una relazione, di allontanarsi, di scegliere autonomamente il proprio percorso di vita?
La distinzione non è affatto marginale.
Essa riguarda la comprensione stessa delle cause profonde della violenza.
Se il problema fosse realmente l’odio verso le donne in quanto donne, dovremmo osservare una sistematica aggressione indiscriminata verso il sesso femminile in quanto tale.
Se invece il movente nasce prevalentemente dalla cattiva gestione della divergenza, allora il fattore centrale potrebbe non essere il sesso della vittima, ma l’incapacità dell’autore di accettare il dissenso, il rifiuto, la separazione e l’autonomia dell’altro.
Sorvolando, per il momento, su un aspetto tutt’altro che marginale in ambito giuridico e criminologico – e cioè sul fatto che il movente dovrebbe essere accertato e non presunto e che le persone dovrebbero essere giudicate per i comportamenti concretamente posti in essere piuttosto che per pensieri, convinzioni o intenzioni loro attribuite – ritengo che il dibattito scientifico dovrebbe rimanere aperto.
È proprio da questa riflessione che nasce il modello teorico che da anni propongo e sviluppo: il Debolicidio.
Secondo questa prospettiva, la violenza non nasce dal sesso delle persone coinvolte.
Nasce dall’Analfabetismo Psicologico.
Con questa espressione intendo la mancanza di adeguate competenze nella comprensione delle emozioni, delle relazioni, dei conflitti e del valore del punto di vista altrui.
L’Analfabetismo Psicologico, tra le varie conseguenze, induce a discriminare il diverso, a non tollerare la divergenza, a gestire i conflitti in modo dicotomico – secondo la logica “o vinco io o vinci tu” – fino ad arrivare, nei casi più gravi, alla prevaricazione e alla violenza.
La sequenza che propongo è semplice:
Analfabetismo Psicologico → Discriminazione → Intolleranza alle Divergenze → Gestione Dicotomica delle Divergenze → Debolicidio.
ANALFABETISMO PSICOLOGICO
Mancanza di adeguate competenze nella comprensione delle emozioni, delle relazioni e dei conflitti, con conseguente adesione a mappe mentali e valori disfunzionali (controllo, gelosia, vendetta, invidia, ecc.).
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DISCRIMINAZIONE
L’Analfabetismo Psicologico impedisce di riconoscere il valore del diverso e della pluralità dei punti di vista. Il mondo viene interpretato in modo dicotomico: giusto/sbagliato, normale/anormale, verità/errore. Ciò induce a considerare inferiore o meno legittimo ciò che diverge dal proprio modello.
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INTOLLERANZA ALLE DIVERGENZE
Chi discrimina, necessariamente è intollerante alle divergenze: ciò che diverge dal modello ritenuto corretto viene vissuto come una minaccia, un ostacolo o qualcosa che deve essere corretto, modificato o eliminato.
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GESTIONE DICOTOMICA DELLE DIVERGENZE
Chi è intollerante alle divergenze, necessariamente le gestisce in modo dicotomico, secondo la logica “o vinco io o vinci tu”, senza riconoscimento della legittimità del punto di vista altrui e senza ricerca di soluzioni rispettose per entrambi.
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DEBOLICIDIO
Con la gestione dicotomica delle divergenze, l’interlocutore in posizione di potere (fisico, psicologico, economico, legale o di ruolo) prevarica l’interlocutore divergente in posizione di vulnerabilità/debolezza.
Per inciso: la presenza dell’Alfabetismo Psicologico, è determinante: perché in presenza di adeguate competenze, l’interlocutore in posizione di potere (pur potendolo fare) non prevaricherà, ma cercherà di realizzare il cosiddetto reciproco rispetto.
In questa prospettiva, il filo rosso che accomuna gran parte delle violenze relazionali non è il sesso delle persone coinvolte, ma l’incapacità di gestire la divergenza nel rispetto reciproco.
Vi è poi un secondo aspetto che meriterebbe una riflessione autonoma.
Per anni abbiamo giustamente concentrato energie, risorse e attenzione sulla tutela di noi donne.
Ma oggi, nonostante il politicamente corretto cerchi di coprirlo e negarlo, sappiamo che la violenza può essere agita e subita da persone di entrambi i sessi.
Sappiamo che esistono anche uomini vittime.
Sappiamo che esistono anche donne autrici di violenza.
Eppure il dibattito pubblico continua spesso a rappresentare il fenomeno attraverso una lente unidirezionale.
Non propongo di ridurre la tutela delle donne.
Propongo nel rispetto dell’articolo 3 della Costituzione Italiana, di estendere attenzione, ricerca e protezione a tutte le vittime.
Perché la qualità della prevenzione dipende dalla qualità della diagnosi.
E comprendere la violenza significa anzitutto comprenderne correttamente le cause.
Il dibattito scientifico, per definizione, vive di domande.
La mia è semplice:
siamo davvero certi che la maggior parte degli omicidi oggi classificati come femminicidi sia motivata dall’odio verso le donne in quanto donne, oppure stiamo osservando soprattutto divergenze relazionali non tollerate?
Dott.ssa Antonella Baiocchi
Psicoterapeuta – Esperta in Criminologia
Autrice di “La violenza non ha sesso”
www.antonellabaiocchi.it

