Scandurra: “Perché la UE ha ridotto Conte a bancarottiere di Stato”

L’analisi secca del giornalista e saggista cattolico Maurizio Scandurra sulla politica dei ‘due pesi, due misure’ nei rapporti Europa-Italia e Stato-imprese-cittadini.

L’Europa è un problema. Il problema. L’Euro altrettanto. Impossibile pensare a un’Italia 6.0 senza il recupero della sovranità monetaria e nazionale. Senza riaprire conio e zecca, presupposto fondamentale per la vera libertà. Perché questo Paese fa gola a molti. A tanti. A troppi. Ai potenti della UE come ai ricconi dagli occhi a mandorla, esperti e beffardi untori moderni il cui unico desiderio è solo quello di spostare a proprio favore gli equilibri geopolitici internazionali. E l’unico modo che entrambi hanno per accaparrarsi il più che ambito stivale è svalutarlo oltre l’inverosimile. In che modo?

La moneta unica ha fatto intanto la sua parte: con la cara, vecchia lira ai tempi di Bettino Craxi eravamo invece la quarta potenza industriale mondiale. Oggi? Meglio tacere. Siamo passati dalle fabbriche vere alla finanza degli algoritmi. Dai grandi marchi e dall’economia reale al lavoro dematerializzato, telematico e virtuale. Dall’essere bancariamente autonomi alla schiavitù silente e cancerosa di Basilea 2.

Al resto provvede invece il nuovo lockdown ormai alle porte. Mentre il ‘buon’ Giuseppi si diverte a fare il fabbro con questa inutile tiritera continua di ‘apri-e-chiudi’ a danno dell’Italia, il Sindaco Vittorio Sgarbi gozzoviglia allegramente seduto a tavola in quel di Sutri in compagni di ben 8 amici (mentre le norme attuali ne prevedono al massimo solo 6), sperando che altri ristoratori e clienti seguano vivamente il suo buon esempio in vista di quel che attende la nazione. E io sto con lui.

Siamo il Paese dei ‘Due pesi, due misure’. Gli antichi adagi non sbagliano mai. Un conto è lo Stato, ben altro i privati cittadini. Imprese incluse. A forza di redditi gratuiti qui e là (cioè, non guadagnati sul campo con merito e operosità), sussidi per tutti, finti ‘aiuti’ da DPCM – realmente, briciole (i piccioni per strada hanno miglior fortuna) -, la verità è una sola: il Buco nero trattato in astrofisica è un semplice pertuso da rammendo al confronto con le cifre ormai più che inconteggiabili raggiunte dal debito pubblico italiano.

Il ragionamento è semplice e immediato: se il Sistema-Italia fosse un’azienda privata, sarebbe già estinta e cancellata da tempo. E non solo dal Registro imprese. Di essa rimarrebbe solo un cadavere putrefatto sulla strada preda di quel che resta per aquile, rapaci e avvoltoi. Equitalia, (ora Agenzia delle Entrate-Riscossione, che non suona neanche più figo), magistratura, tribunali e creditori procedenti se lo sarebbero già spartito e spolpato da tempo, cercando di recuperare tutto il recuperabile, ove possibile.

Il fatto è che lo Stato italiano (che sancisce teoricamente l’uguaglianza dei cittadini innanzi alla Costituzione ma non davanti a sé stesso, almeno economicamente e giuridicamente) se paragonato a un qualsiasi normale soggetto di mercato privato, verisimilmente avrebbe un bilancio tecnicamente fallito: fatto più che evidente. E questo perché abbiamo consegnato irrimediabilmente all’Europa quello che il diritto romano definiva ius vitae necisque, il potere di vita o di morte un tempo univocamente attribuito al pater familias: che nel caso di specie è Bruxelles, mica il popolo italiano. Da vent’anni e più la nostra patria potestas di fatto risiede in Belgio, non di certo a Roma.

Nessuna matematica o tantomeno tecnica finanziaria, nel privato, potrebbe reggere, giustificare, comporre e sostenere numeri così da tempo fuori controllo. Scatterebbero manette immediate per qualsivoglia legale rappresentante di Pmi.

Dunque, poste tali premesse, per logica e sillogismo paradossalmente ne consegue che chiunque oggettivamente si trovi in queste condizioni alla guida del Paese nel ruolo di Presidente del Consiglio, me compreso, di fatto sostanzialmente – causa UE – rischia suo malgrado di passare per un bancarottiere di Stato. Ruolo gramo toccato ora in questo preciso momento storico a Giuseppe Conte: un accademico e avvocato rivelatosi politicamente inadeguato a gestire l’emergenza in corso. A opporsi efficacemente ai boss luciferini del Parlamento Europeo. Ed evitare così la tragica implosione in atto di tutta la bellezza e la ricchezza nazionali.

A ciò si aggiunga che la spesa in deficit scellerata e insostenibile tanto cara invece a Premier, populisti e compagni serve solo a una cosa: dare panem et circenses indistintamente a tutti, come ai tempi della Roma del Circo Massimo (mica a rilanciare economia, industria e occupazione, argomento di cui mai al Governo nessuno parla). A Roma pensano infatti a distribuire prebende sottoforma di aiuti indistinti anche ai più deficienti e incapaci tra i cittadini.

La politica del fancazzismo diffuso sulle spalle del pubblico deve finire. Una volta per tutte. Altrimenti ci penserà l’Europa a fare i conti con noi.

Come? Obbligando la nazione a trasformarsi in una cloaca maxima. In un enorme cesso maleodorante a cielo aperto, pronto a r-accogliere urbi et orbi gli scarti umani di qualsivoglia luogo del mondo in nome di una globalizzazione utile soltanto alle infernali intelligenze finanziarie internazionali: che già si fregano avide le mani nell’attesa di comprarsi un’Italia in svendita per due soldi. Pagandola al ‘peso d’oro’ di immigrati clandestini. Di chi toglie i crocifissi dai muri e pretende persino tendine sulle tombe nei cimiteri senza rispetto alcuno per i valori cristiani.

Complice un contestuale cattolicesimo dell’accoglienza diffusa – fuorviato e storpiato pro bono Africa e Islam – targato Papa Francesco: un politico (più che un prelato) concentrato a importare tutta gentaglia per la quale, una volta messo piede qui, non vale affatto (come ahinoi riportano le cronache) la regola aurea dei Dieci Comandamenti tra anche cui ‘Non Rubare’, ‘Non Uccidere’ e via dicendo: vero, Signor Bergoglio?

I debiti si pagano: ma non di certo a costo di farsi portar via la terra da sotto i piedi. Italiani, capitelo una volta per tutte. Siamo forse ancora in tempo.

 

 

 

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