L’aumento dell’Iva non porta speculazioni. Ma solo altre critiche dei fautori del “giusto prezzo”

di Claudio Romiti

A quanto pare l’aumento dell’aliquota ordinaria dell’Iva di un punto percentuale è stata l’ennesima occasione per i tanti bolscevichi  del “prezzo giusto” per scatenare una polemica nei confronti delle presunte speculazioni al rialzo di grossisti e commercianti, anche nella nostra regione. Questi personaggi, molto ben rappresentati in molti partiti politici, sindacati e associazioni di consumatori, da decenni sostengono battaglie contro i mulini a vento, cercando di convincere la cittadinanza che per ogni bene o merce debba esistere il succitato “prezzo giusto” a cui, ovviamente, dovrebbe obbligatoriamente corrispondere un giusto guadagno da parte del venditore.

Questi sinistri sostenitori di un commercio rigidamente regolamentato, oltre che una economia interamente pianificata, pretenderebbero di piegare le più elementari leggi del mercato -leggi che per la cronaca consentono a tutti i consumatori di trovare al costo più basso possibile in un dato momento una gamma infinita di merci  da acquistare- alle proprie desiderata. Costoro, troppo presi ad inveire nei confronti dei biechi commercianti, che come scrisse un certo Carletto Marx rappresenterebbero la base del capitalismo, non hanno ancora compreso che se un esercente, approfittando dell’attuale aumento dell’Iva, dovesse aumentare eccessivamente il prezzo di un suo articolo, l’inesorabile legge della domanda e dell’offerta lo metterebbe fuori mercato, a tutto vantaggio dei suoi più lungimiranti concorrenti.

Certo, comprendo che per chi è abituato a convivere con molti servizi pubblici gestiti in monopolio, nei quali una sostanziale assenza di competizione tra diversi soggetti economici porta a scaricare sulle tariffe i costi crescenti dei relativi baracconi, risulta  difficile comprendere i pur elementari meccanismi che regolano la formazione dei prezzi nel mercato libero e concorrenziale. Per questi nostalgici del Calmiere e del Cip, il famigerato comitato interministeriale prezzi, sembra una cosa inaudita che il valore delle cose che acquistiamo nei negozi e nei mercati sia lasciato all’arbitrio della catena economica che, partendo dal produttore, passa per il dettagliante fino al consumatore finale.

Al fondo gli assertori del “prezzo giusto” si rifanno a quel modello collettivista in cui si è pensato di lasciar fare allo Stato ciò che, attualmente, viene stabilito dall’odiato mercato. Il problema, direi insolubile, che quando la mano pubblica si è accollata un simile compito i prezzi delle merci erano ufficialmente molto bassi per il popolo, solo che i negozi erano letteralmente vuoti. Non c’era praticamente nulla da acquistare, se non nel mercato nero.

Claudio Romiti

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