Sudafrica, “prima i neri, prima la terra”

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Poco si parla e si scrive del Sudafrica, che dalla fine dall’Apartheid sembra essere entrato nella fase “e vissero tutti felici e contenti”, mondiali di calcio e “caso Pistorious” a parte. Ma negli ultimi anni si sta sviluppando un nuovo fenomeno sociale di cui vale la pena parlare: Black First Land First (BLF), letteralmente tradotto “i neri prima, la terra prima”. E’ questo il nome del partito che dal 2015 sta prendendo piede in Sudafrica.

BLF è un partito politico rivoluzionario, panafricano presieduto da Andile Mngxitama il cui scopo principale è l’espropriazione senza compensazione delle terre possedute dai bianchi e che, secondo il BLF, sarebbero state in precedenza possedute dai neri. Molto spesso l’espropriazione avviene in maniera crudele e violenta. Sono infatti centocinquanta i contadini bianchi o “farmers” che dall’inizio del 2019 sono stati uccisi in Sud Africa da individui facenti parte o la cui ideologia si ispira al BLF. Un genocidio contadino bianco. Su una spoglia  e arida collina, vicino a Polokwane, nella provincia del Limpopo in Sud Africa, ci sono oltre 2.000 croci bianche. A dimostrazione del fatto che il fenomeno non è nuovo, ma ormai in corso da tempo.

Il partito  BLF sta assumendo sempre più importanza a livello sudafricano perché supportato in passato anche dall’African National Congress di Zuma, partito che dal 1994, cioè dall’insediamento al potere di Nelson Mandela proprio con il medesimo ANC, domina la politica sudafricana. Nel silenzio più totale del mainstream internazionale il BLF rappresenta oggi una grave forma di razzismo verso i bianchi sudafricani nonché un vero e proprio pericolo per la stabilità e lo sviluppo del paese.



Tra le scellerate azioni compiute da Mngxitama, c’è quella dell’agosto 2017, quando ha esortato la Reserve Bank of South Africa a sequestrare le fattorie ai bianchi e avviare la formazione di una banca nera. Inoltre, sempre  Mngxitama, ha incolpato il capitalismo bianco per una forte tempesta che ha colpito Città del Capo sostenendo che il cambiamento climatico sia colpa del “capitalismo e del razzismo: non ci sono disastri naturali, ma solo disastri di tipo bianco come siccità e terremoti”. Tra le frasi più celebri di Mngxitama due sono importanti per capire l’ideologia del fenomeno BLF:

  • “Vogliamo la Terra prima perché è la base della nostra libertà, della nostra identità, del nostro benessere spirituale, del nostro sviluppo economico e della nostra cultura. Vogliamo tutta la terra con tutte le sue risorse sulla sua superficie insieme a tutte le fortune sotterranee pure come il cielo, tutto appartiene a noi! Siamo un popolo che piange per la nostra terra rubata! Ora abbiamo deciso di recuperarlo con ogni mezzo necessario senza riguardo per la carestia, spargimenti di sangue come il nostro benessere spirituale esige “
  •  “siamo l’organizzazione di avanguardia che guida le masse rivoluzionarie nella lotta per distruggere la supremazia bianca”.

Come si può vedere, sono dei proposti non proprio benevoli, per un paese come il Nuovo Sudafrica inteso da Mandela, un paese unito in cui tutte le culture potessero convivere in pace.

Ma facciamo un passo indietro per capire meglio come i così detti “farmers” bianchi si trovano oggi in questa condizione. Questi “farmers” sono in maggioranza boeri (dal termine olandese “boer” cioè “contadino”), discendenti degli olandesi. Risale infatti al 1652 a Città del Capo il primo insediamento olandese in Sudafrica con la Compagnia Olandese delle Indie Orientali. Tra il 1800 e il 1850 i boeri, in seguito all’occupazione britannica della Colonia di Città del Capo, furono costretti a migrare verso nord in cerca di nuove terre (Grande Trek). Ecco il motivo per cui ci sono oggi così tanti insediamenti agricoli boeri nel paese. Boeri che tendono oggi a preservare, anche a distanza di secoli, la propria cultura, religione e la propria lingua “afrikaans”. In materia di proprietà terriera, se sicuramente non esiste un catasto precoloniale, il “Natives Land Act” del 1913 è stato il primo importante atto legislativo sulla segregazione approvato dal Parlamento dell’Unione. L’atto decretò che ai bianchi non era permesso acquistare terre dai nativi e viceversa. Ciò ha impedito ai coltivatori bianchi di acquistare altra terra natia. Le zone native inizialmente ammontavano a meno del 10% dell’intera massa territoriale dell’Unione.

Ritornando alla situazione odierna, il BLF è fuoriuscito nel 2015 dall’EFF (Economic Freedom Party) che già aveva imposto molte condizioni di vita svantaggiose agli afrikaner (così vengono chiamati i bianchi boeri di origine olandese). Molti sono stati prima cacciati da scuole, università, posti di lavoro e non hanno più alcun partito che li rappresenta (si c’è il Freedom Front, ma non arriva all’1% dei voti e non riesce ad esercitare alcun potere decisionale nel parlamento sudafricano). Come se non bastasse all’inizio degli anni duemila, sempre dall’African National Congress, è stato emanato un atto legislativo  che si chiama BEE (Black Economic Empowerment). Secondo questo atto ad ogni azienda Sudafricana ufficialmente registrata viene assegnato un punteggio in base alla percentuale di neri che lavorano in tale azienda e alle posizioni da loro ricoperte. Maggiore è il numero dei neri in azienda, e più importante è la carica da loro ricoperta, migliore è il rating di quest’ultima. Una volta dotata ogni azienda di un punteggio, nei processi decisionali, ad esempio assegnazione di appalti pubblici, vengono quasi sempre preferite le aziende con punteggio uno (100% di neri).

 

Il Black Economic Empowerment sebbene creato per assicurare una partecipazione più ampia e significativa all’economia da parte delle persone di colore e per raggiungere uno sviluppo e una prosperità sostenibili, comporta che le imprese debbano considerare la razza e il contesto sociale di ogni potenziale candidato invece di prendere decisioni basate esclusivamente su qualifiche ed esperienze, il che si traduce in un sistema in cui la propria razza è spesso il fattore determinante nel trovare un impiego. Questo ha portato ad una fuga di cervelli, dove le competenze bianche stanno emigrando verso paesi in cui non vengono discriminati.

Come si può vedere quindi il Nuovo Sudafrica di Mandela è un’utopia trasformatasi oggi in un razzismo inverso per gli “afrikaner” che dal 1997 sono già diminuiti di un terzo. Questo fenomeno non trova però conferme da parte  dell’attuale governo sudafricano che definisce gli attacchi alle fattorie come “semplici rapine”. L’ex presidente sudafricano Jacob Zuma (sfiduciato per corruzione ed appropriazione impropria di fondi pubblici), che ufficialmente non faceva parte del BLF, aveva già in molti casi sostenuto di voler fare un accertamento dell’occupazione “pre-coloniale” dei territori coltivati dai boeri per poter redistribuire le terre ai neri. In realtà le tribù di coltivatori neri (principalmente Zulu e Xhosa) sono arrivate ben dopo i boeri. E soprattutto quella dei boeri non è stata un’opera di occupazione e sottrazione di terreni, ma anzi hanno avuto il merito di rendere produttiva e fruttifera quella che nel seicento era arida savana.

Personalmente ho visitato diverse volte il Sudafrica. Generalmente si arriva in Sudafrica attraverso l’aeroporto O.R. Tambo di Johannesburg. Tambo era avvocato ed amico fidato di Mandela nell’African National Congress, a cui è stato intitolato l’aeroporto nel 1996, che prima si chiamava Jan Smuts in onore dell’ex presidente sudafricano e fondatore della Società delle Nazioni.

La prima impressione è quella di arrivare in un paese europeo e non africano, l’aeroporto infatti è ben sviluppato e vi arrivano tutte le maggiori compagnie europee. Si passa facilmente il controllo passaporti, non c’è bisogno di alcun visto per entrare in Sudafrica. Ma bisogna ricordarsi di essere comunque in un paese africano, meglio quindi non prendere il primo taxi all’uscita per non incorrere in una rapina. Meglio farsi venire a prende da qualcuno di fiducia. Una volta che ci si sposta dall’aeroporto  ci si trova difronte a una vegetazione verde e rigogliosa, se si arriva nei mesi primaverili. Le strade nuove e ben asfaltate di Johannesburg costeggiano una serie di baraccopoli dove i tetti delle case sono cosparsi di piccoli pannelli solari, unica forma di approvvigionamento elettrico per quelle casette sparse all’interno dello slum. Generalmente a Johannesburg gli hotel sono in qualche zona periferica della città, infatti è sconsigliato dormire o solo recarsi in centro.

La downtown della città, dopo la fine dell’apartheid, è stato in toto occupato dai neri delle fasce più basse della popolazione che lo rendono pericoloso e inospitale. Emblematico è il caso della torre Ponte Tower, che si trova proprio nel centro città, ribattezzata “torre della morte”.  Quella che prima era la torre più ambita dai bianchi per poter comprare appartamenti di lusso e vivere al suo cinquantaquattresimo piano, dalla fine dell’apartheid si è trasformata in una discarica a cielo aperto in mano a gang criminali e soprattutto alla mafia nigeriana che controlla il traffico di sostanze stupefacenti e prostituzione nel paese. Fatto sta che i sudafricani bianchi che prima consideravano la torre come un luogo di lusso se ne sono scappati a gambe levate. Non è difficile fare dei parallelismi con alcune zone periferiche di alcune città italiane oggi.

Quell’integrazione tra bianchi e neri fortemente sponsorizzata da Nelson Mandela, purtroppo oggi risulta ancora non pervenuta. Il paese rimane fortemente diviso, nonostante l’Apartheid (che letteralmente di significa “separazione”) sia ufficialmente finita da ormai 25 anni. Infatti  dalla fine dell’Apartheid le condizioni di sicurezza del paese sono notevolmente peggiorate. La così detta “classe media”  della popolazione sudafricana, principalmente bianchi di origine britannica o olandese, è costretta a vivere in compound circondati da mura in cemento armato, a loro volte protette da filo spinato e spesso anche cavi elettrizzati.

Specialmente nelle città più importanti spostarsi a piedi è  pericoloso. Si è costretti a muoversi sempre in macchina passando dal parcheggio sotterraneo di un centro commerciale all’altro. In ogni struttura le misure di sicurezza sono sempre elevate in modo che non circolino persone armate. I cinema all’aperto hanno già chiuso da tempo, erano troppo frequenti le rapine a mano armata mentre si guardava un film nella propria macchina. Fermarsi al semaforo rosso di notte è fortemente sconsigliato, meglio rallentare e basta, per non incorrere in qualche rapina. I treni pubblici oramai sono un mezzo riservato ai neri, troppo alto il rischio di essere derubati per i bianchi che vogliano usare questo mezzo di trasporto. Insomma, dopo il tramonto del sole in Sudafrica è altamente consigliato starsene in casa propria. Queste condizioni di vita per i bianchi, che dalla fine dell’apartheid in poi sono nettamente peggiorate, stanno creando un esodo vero e proprio. Sono sempre più i bianchi che decidono di andare a vivere in Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti o Canada.

In ultima analisi il rischio è che il Sud Africa possa seguire la rotta dello Zimbabwe (ex-Rodhesia che agli inizi del novecento era uno dei paesi più ricchi ed evoluti di tutta l’africa), dove il sequestro di fattorie di proprietà bianca sotto l’ex presidente Robert Mugabe ha innescato il collasso economico, in gran parte a causa dei nuovi agricoltori neri che non avevano capitali per gli investimenti o esperienza con l’agricoltura commerciale su larga scala.



   

 

 

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