Il governo Pd vende ai cinesi i nostri porti per quattro soldi

Dopo aver ceduto gioielli ai francesi e dato l’anima ai tedeschi apriamo le porte a Pechino, che già ha un terzo di rete telefonica

Libero 23 Dec 2017 – di GIULIANO ZULIN

Prima abbiamo venduto i nostri gioielli alla Francia. Bnl, Cariparma, Edison, Parmalat e parecchi marchi di lusso, uno su tutti, Gucci. Fincantieri ha addirittura pagato per avere il controllo dei cantieri transalpini Stx per poi vedersi congelare il controllo da Macron.

Poi abbiamo dato l’anima per i tedeschi. Ci hanno fatto una testa tanta per imporci l’austerity. Mario Monti, quando si insediò a Palazzo Chigi, applicò alla lettera il mandato della signora Merkel: stangare gli italiani, in modo da indebolirli, far credere loro di essere i malati d’Europa così da far aprire il portafoglio a Palazzo Chigi, come se dovesse scusarsi per non essere virtuoso. Alla fine quel denaro, frutto di riforma pensioni, Imu e accise record sui carburanti ha permesso alla banche francesi e tedesche di salvarsi dal tracollo greco e spagnolo. Mentre i nostri istituti, complici manager e clienti da condannare, sono finiti gambe all’aria, dato che la recessione è arrivata veramente. Con conseguente precipitare della fiducia.

Ora ci prepariamo a farci colonizzare dalla Cina. Quattro ministeri hanno avviato tavoli operativi per stabilire prezzo, tempi e modi per la cessione dei porti italiani a Pechino. Il Dragone ha un piano ambizioso: investire (…)

I cinesi vogliono i porti italiani. Ci avevano già provato due anni fa con Taranto ma, a causa anche delle consuete incrostazioni burocratiche, si erano spostati sul Pireo. Però non hanno dimenticato l’Italia acquistando il 40% della piattaforma logistica di Vado Ligure.

Ora vogliono andare avanti perchè, nonostante siano passati otto secoli e nel frattempo Cristoforo Colombo abbia scoperto che la terra è rotonda, il collegamento migliore fra la Cina e l’Europa resta quello tracciato da Marco Polo. Non a caso Pechino ha varato un progetto gigantesco da 113 miliardi di dollari e l’ha chiamato Via della Seta: una via di terra e l’altra per mare. «Ma il collegamento di terra – dice Giulio Sapelli economista e docente alla Statale di Milano – è un progetto fragile. Deve attraversare troppe frontiere. Più efficiente la rotta marittima».

Da qui l’interesse verso i porti italiani. Un’attenzione arrivata fino a Palazzo Chigi che ha convocato un tavolo tecnico con ministri, trecnici, e ferrovie. Segno che il programma dei cinesi avanza.

L’Italia è strategica nella proiezione cinese nel Mediterraneo, in termini politici, commerciali e di sicurezza. All’aumento degli investimenti di Pechino all’estero, corrisponde la necessità di una revisione della strategia di difesa dei propri interessi: le esercitazioni congiunte tra Cina e Russia nelle acque del Mediterraneo e la creazione dell’avamposto militare di Gibuti, spiegano questa tendenza di cui anche l’Europa farebbe bene a tenere conto.

Nelle mappe cinesi, il porto di Venezia è indicato come

il terminale europeo della Via della Seta marittima. Soprattutto con il raddoppio del Canale di Suez. Attraverso l’Italia si arriva al cuore dell’Europa ed ecco perchè il Pireo resta un ripiego. I container come escono? Non certo per via di terra visto che strade e ferrovie sono inesistenti.

Così l’attenzione torna sull’Italia e più in generale sull’Adriatico: Venezia, Trieste e Ravenna. Ma anche Capodistria (Slovenia) e Fiume (Croazia). Un progetto di alleanza tra i cinque maggiori porti esiste già ed è cofinanziato dal governo italiano (con il coordinamento del ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture) e dal Silk Road Fund il grande fondo cinese cui il governo Pechino ha affidato 40 miliardi per completare il progetto della Via ndella Seta. Risorse accolte dall’entusiamo generale per il rilancio delle infrastrutture. Esce dal coro

Giulio Sapelli che invece, nella Via della Seta vede lo strumento per la consacrazione del dominio cinese. L’espansionismo della Repubblica Popolare che dietro le bandiere rosse ha allineato insegne imperiali.

«Le tesi dell’ultimo Congresso del Partito a Pechino hanno detto chiaramente le intenzioni della Cina – spiega il professore – Un nuovo imperialismo sfruttando le debolezze dell’Europa e gli errori degli Stati Uniti». Nè vale la storia come elemento di argine. «È falso dire che nella storia della Cina non ci sia un Dna imperiale. Hanno scoperto la bussola e la polvere da sparo. Nel XV secolo disponevano di una flotta potente». Per ragioni mai chiarite l’imperatore ordinò di affondarle. «Il Progetto della Via della Seta è la maniera per ripartire con la conquista del mare», taglia corto Sapelli.



   

 

 

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