Quei salotti radical chic sporchi di sangue

di Alessandro Sallusti

Cesare Battisti, latitante in Brasile e in attesa di estradizione, non è soltanto un pluriassassino evaso dalle carceri italiane nel 1981 con due ergastoli sulle spalle.

Battisti è innanzitutto la bandiera degli irriducibili di una stagione mostruosa, quella del terrorismo politico che insanguinò l’Italia negli anni Settanta e Ottanta. Non solo dei compagni d’armi che – chi più chi meno – il loro conto con la giustizia l’hanno in qualche modo pagato. Battisti – che più che un terrorista fu un delinquente – è soprattutto la bandiera degli intellettuali, giornalisti e politici nostalgici di quel folle sogno rivoluzionario nonostante si siano poi tutti ben piazzati nelle democrazie, nei consigli di amministrazione e nei salotti che all’epoca si proponevano di abbattere a suon di parole e proiettili.

Molti dei firmatari degli appelli pro Battisti (c’è anche Saviano, poi pentito, e l’immancabile Vauro) sono gli stessi che oggi danno la caccia alle scritte fasciste sui monumenti ma che sugli anni di piombo vogliono «chiuderla lì» nonostante i quattrocento morti ammazzati (quattro dei quali, come detto, dall’amico Battisti). Prima si sono nascosti sotto l’ala protettiva in tutti i sensi – fisico, culturale e politico – della «dottrina Mitterrand», cioè l’asilo che la Francia socialista ha riconosciuto ai criminali politici fino all’inizio degli anni Duemila. Poi, persa la protezione, sono passati alla mutua assistenza e alla pretesa dell’oblio: dimenticateci, o meglio dimenticate il sangue innocente che noi e le nostre teorie hanno sparso a piene mani.

Riportare – ma meglio sarebbe dire finalmente portare – Battisti in carcere significa ricordare e certificare che stiamo parlando di associazioni a delinquere, di spietati assassini e non di eroi o martiri del proletariato, tantomeno di intellettuali perseguitati. Per questo l’Italia non può perdere l’occasione di fare estradare Battisti. Si parla di lui, ma quella condanna va eseguita per inchiodare alle sue responsabilità tutto il mondo, oggi dorato, che in questi anni lo ha protetto, aiutato e purtroppo addirittura esaltato.

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Tra le adesioni quelle del collettivo di scrittori Wu Ming, Valerio Evangelisti, Massimo Carlotto, Tiziano Scarpa, Nanni Balestrini, Daniel Pennac, Giuseppe Genna, Giorgio Agamben, Vauro, Pino Cacucci, Loredana Lipperini, Marco Philopat, Gianfranco Manfredi, Antonio Moresco, Carla Benedetti, Stefano Tassinari.

Anni dopo, Carlotto aggiunse: «Ho conosciuto Battisti e non credo sia colpevole. Il suo processo è da rifare». Gianni Biondillo chiarì: «Quell’ appello lo rifirmerei anche oggi, a un certo punto determinati discorsi vanno chiusi, prima o poi la storia deve finire», con buona pace (eterna) dei morti.

 E Valerio Evangelisti: «Non sono disposto a scaricarlo solo perché è in atto una campagna mediatica contro di lui. È un povero diavolo. Una persona simpatica. Sottoscrivo ancora ogni parola di quell’ appello». Antonello Piroso per La Verità



   

 

 

3 Commenti per “Quei salotti radical chic sporchi di sangue”

  1. Incredibile! Comunisti che non riescono ad uscire dal chiuso della loro mente contorta dall’idelogia sinistra.

  2. Questi andrebbero messi in galera anche loro!

  3. i danni di questa classe radical chic citati nell’articolo non sono niente in confronto del danno che stanno facendo Al italia con queste politiche scellerate pro migratorie pro gender e contro unità nazionale stanno facendo dei danni irreparabili che sarà quasi impossibile da recuperare questo grazie a questa classe politica radical-chic che non fa gli interessi del paese ma risponde ai dettami di un entità per ora ancora misterioso

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