Roma, “vogliamo le moschee”: islamici protestano in strada

 

Preghiera in piazza dei Mirti (Foto associazione Dhuumcatu)“

Preghiera in piazza dei Mirti (Foto associazione Dhuumcatu)“

ROMA – Tre sale di preghiera chiuse in tre mesi, una quarta, storica, a rischio sequestro e una preghiera di protesta recitata in strada. La comunità islamica di Centocelle è in fermento. Tra le più numerose della Capitale con circa 8mila presenze nel quadrante di Roma est, rivendica la libertà di culto “garantita dalla Costituzione”.

Il 22 settembre la manifestazione sotto la sede del V municipio, in via di Torre Annunziata, il giorno dopo la preghiera del venerdì all’aperto, con 300 fedeli riuniti in piazza dei Mirti: “Non abbiamo più spazi dove pregare. Siamo i primi a chiedere legalità, ma adesso non sappiamo dove andare”.

I SEQUESTRI – A scatenare la rabbia i sigilli a tre associazioni islamiche sul territorio, utilizzate nei fatti anche come luoghi di culto. Il 27 giugno è toccato a un garage di 95 metri quadrati adibito a piccola moschea in via Francesco Parlatore, il 13 settembre a un locale di 250 metri quadrati in via delle Celidonie, il 22 alla sala preghiera di via dei Gladioli.

In tutte e tre i casi la Polizia municipale contesta irregolarità in materia edilizia, cambi di destinazione d’uso non consentiti, assenza di impianti di areazione, lavori di tramezzatura e suddivisioni interne per la trasformazione di garage e scantinati in stanze pronte ad accogliere, nel venerdì di preghiera, fino a 500, 600 fedeli. Una semplice applicazione delle norme di legge senza però, secondo i denuncianti, un parallelo dialogo per l’individuazione di spazi adeguati a tutelare il diritto di culto.

LA PROTESTA – Da qui la distesa di tappeti  in piazza dei Mirti con altoparlanti per il richiamo del muezzin. Una preghiera provocazione che ha scelto il luogo pubblico centrale del quartiere per lanciare un messaggio chiaro: “Non possono impedirci di pregare, se non possiamo stare in spazi chiusi, allora chiediamo a Questore e Prefetto che ci venga concessa l’autorizzazione di farlo all’aperto, almeno il venerdì”. [...]

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