La privatizzazione dei servizi pubblici non è la risposta per lo sviluppo sostenibile

Un articolo del Guardian denuncia i danni fatti dalla privatizzazione dei servizi pubblici fondamentali: le imprese private esigono tariffe più alte, investono di meno e lasciano da parte le comunità più povere. L’articolo si concentra specialmente sul pericolo dei trattati internazionali che permettono a investitori privati di fare causa agli Stati sovrani i quali, per il bene pubblico, pongono limiti ai loro profitti. (Ricordiamo che il TTIP, il mega-trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti che si sta definendo nel silenzio dei media, con ogni probabilità materializza questo pericolo…) VOCI DALL’ESTERO

Stop-TTIP2

di Mark Dearn e Meera Karunananthan, 21 maggio 2015

A New York questa settimana gli stati membri dell’ONU discutono le modalità per l’implementazione e la valutazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG), che saranno il focus del programma di sviluppo dell’ONU per i prossimi 15 anni. Nel rapporto del 2014 sugli investimenti nel mondo, la Conferenza dell’ONU sul commercio e lo sviluppo stima che il raggiungimento degli obiettivi richiederà tra 3,3 e 4,5 triliardi di dollari all’anno. I sostenitori delle privatizzazioni si sono avvalsi dell’evidenza di questo ammanco nel finanziamento per sostenere la causa di una maggiore partecipazione del settore privato, specialmente nel sud del mondo.

Ma prima che l’ONU crei un nuovo canale per gli investimenti privati nei servizi pubblici dovrebbe guardare più da vicino la storia di come il settore privato ha “lasciato indietro” le persone più marginalizzate e vulnerabili. Questo è particolarmente importante in un contesto globale dove i trattati sugli investimenti limitano sempre di più la possibilità che gli Stati hanno di impegnarsi a garantire i diritti umani anche dove ciò interferisce con il profitto.

A marzo di quest’anno una corte indonesiana ha annullato un contratto privato della durata di 17 anni con le imprese multinazionali dell’acqua Suez e Aetra, sulla base del fatto che violava i diritti umani, dato che da quando la privatizzazione era iniziata le tariffe erano aumentate di quattro volte, c’era stata una copertura del servizio minore di quanto promesso, e i livelli delle perdite d’acqua raggiungevano il 44 percento.

Giacarta è la più grande delle 186 città nel mondo che nell’ultimo decennio hanno riportato i servizi idrici e igienico-sanitari sotto il controllo del settore pubblico. Nel maggio 2014 la corte suprema di giustizia della Grecia ha impedito la privatizzazione dell’acqua ad Atene, dichiarando che ciò avrebbe violato i diritti umani. Nel luglio 2012 la corte costituzionale italiana ha bloccato i piani di privatizzazione dell’acqua. L’Uruguay e l’Olanda hanno stabilito dei veri e propri divieti ai servizi idrici privati. Per la maggior parte di questi casi, si è trattato dell’esito dell’indignazione pubblica contro i profitti astronomici delle grandi imprese a fronte dell’imbroglio verso gli utenti, che vedevano un calo della qualità del servizio e una diminuzione degli standard ambientali, igienici e del lavoro.

La ricerca mostra che l’ammanco di 260 milioni di dollari nel finanziamento dei servizi idrici e igienico-sanitari verranno coperti meglio attraverso le risorse pubbliche, che al momento contano per oltre il 90 percento degli investimenti globali nelle infrastrutture.

Al contrario, non avendo un incentivo economico a servire comunità povere, il settore privato non garantisce il godimento universale dei diritti umani ad avere servizi idrici e igienico-sanitari. Uno studio dell’Unità Internazionale di Ricerca sui Servizi Pubblici (PSIRU) ha mostrato che gli investimenti del settore privato portano a molto poche nuove connessioni nelle parti del mondo che avrebbero più bisogno, come l’Africa sub-sahariana e il sud dell’Asia.

Dato che richiedono un ritorno sugli investimenti, le operazioni finalizzate al profitto sono molto più costose del finanziamento pubblico ottenuto tramite tassazione progressiva o emissione di titoli. I suddetti dati del PSIRU dimostrano che la stragrande maggioranza degli Stati ha la capacità di fornire l’accesso universale a buoni servizi pubblici. Perfino i paesi che hanno il maggior numero di persone in carenza di acqua e collegamenti fognari possono fornire questi servizi nel giro di 10 anni impiegando meno dell’uno percento del PIL annuale. Per i pochi paesi le cui necessità non riescono ad essere coperte tramite tassazione progressiva, la parte mancante può essere coperta tramite aiuti.

Gli investimenti esteri pongono una crescente minaccia a causa della rescente rete di accordi commerciali e sugli investimenti che prevedono sistemi di risoluzione delle controversie tra Stati e investitori privati. Questi sistemi minano la sovranità degli Stati permettendo agli investitori privati di fare ricorso a un sistema giudiziario separato che gli rende possibile fare causa agli Stati quando le politiche che essi fanno minacciano i loro profitti presenti o futuri. I sistemi di risoluzione delle controversie sono legati ai termini dei trattati commerciali, i quali a loro volta sono progettati per tutelare gli investitori. Ciò significa che, in caso di dubbio, le decisioni vengono prese a favore degli investitori, indipendentemente da qualsiasi preoccupazione per le decisioni democratiche e l’interesse pubblico.

C’è stato un uso crescente nell’uso dei sistemi di risoluzione delle controversie. I registri della Conferenza ONU sul commercio e lo sviluppo mostrano che, nei 50 anni precedenti al 2014 c’è stato un totale di 608 casi, con 58 nuovi casi solo nel 2012, e 42 nel 2014. Viene concluso un nuovo accordo sugli investimenti ogni altra settimana.

L’Argentina è stata querelata più di 40 volte per le azioni intraprese durante la crisi economica dei primi anni 2000. Di fronte a una disoccupazione di massa e con il 70 percento dei bambini che vivevano in povertà, l’Argentina aveva infatti fissato il prezzo di acqua, gas ed elettricità, e successivamente aveva nazionalizzato i servizi per scongiurare il rischio di aumenti dei prezzi. In una sentenza dello scorso mese, all’Argentina è stato intimato di pagare 405 milioni di euro a Suez. Anche se l’Argentina ha sostenuto di avere agito per assicurare il diritto umano di accesso all’acqua per la propria popolazione, il tribunale ha ritenuto che i diritti umani non possano avere la precedenza sui diritti degli investitori privati.

La premessa fondamentale dei meccanismi di risoluzione delle controversie implica che i paesi del sud dovranno subire il doppio impatto della provatizzazione e dei trattati sugli investimenti.

Lo scorso mese Alfred de Zayas, relatore speciale dell’ONU per la promozione di un ordine internazionale equo e democratico, ha avvisato che gli accordi segreti sugli investimenti minacciano i diritti umani e violano la legge internazionale. In marzo, più di 100 professori di legge statunitensi hanno firmato una lettera che mette in luce la minaccia che i sistemi indipendenti di risoluzione delle controversie pongono allo Stato di diritto e alla sovranità nazionale.

Se alla comunità internazionale interessa davverso “non lasciare indietro nessuno”, allora negli obiettivi di sviluppo sostenibile ci si deve chiedere, in primo luogo, perché così tante persone sono state finora lasciate indietro.

Con la crescita dei trattati sugli investimenti che danno priorità ai “diritti delle imprese”, e in assenza di meccanismi internazionali giuridicamente vincolanti che costringano queste imprese a rispondere delle violazioni dei diritti umani, una maggiore partecipazione del settore privato nei progetti che riguardano i servizi idrici e igienico-sanitari all’interno degli obiettivi di sviluppo sostenibile non farà altro che esacerbare la crisi idrica e sanitaria nel mondo.



   

 

 

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