“L’effetto del veganesimo fu evidente nella Cuba anni ’90, deficit neurologico”

verdura

 

Prevalentemente vegetariana a basso contenuto proteico per chi soffre di Parkinson, mediterranea anti-Alzheimer, mirata a diminuire l’attività infiammatoria per i pazienti con sclerosi multipla, con meno sale per ridurre il rischio di ictus. Sono le ‘cinquanta sfumature’ della dieta amica del cervello.

Se gli specialisti spezzano una lancia a favore della tavola ‘green’, lanciano invece un monito sulle scelte alimentari più estreme. In una fase in cui in Italia (dati Eurispes) si contano 3,8 milioni di vegetariani e 400 mila vegani. “Il rischio di regimi così stretti come quello vegano che esclude anche uova e latte è che portino a carenze di alcuni nutritenti essenziali – rileva Mario Zappia, direttore della Clinica neurologica del Policlinico dell’università di Catania – Circa il 50% dei vegani ha bassi livelli plasmatici di vitamina B12. Disfunzioni neurologiche si manifestano quando, in seguito al diminuito introito alimentare di questa vitamina, i depositi corporei si esauriscono. Un ritardo di 5-10 anni può separare l’inizio di una dieta estrema dall’insorgenza dei disturbi neurologici”.

Alcuni precedenti mostrano scenari pericolosi: “Nella Cuba anni ’90, stretta fra il cessato sostegno dell’Unione Sovietica e l’embargo Usa, si verificò una sorta di epidemia di neurite ottica che si risolse solo integrando la dieta con vitamine B1, B2, B6 e B12”. In considerazione “delle attuali condizioni geo-politiche planetarie e di tendenze culturali sempre più diffuse tendenti al veganesimo, è possibile che nei prossimi anni si assista a un incremento di deficit neurologici dovuti a condizioni carenziali”.

Intanto, “si parla di dieta per il diabete o per le malattie cardiovascolari, meno per le malattie neurologiche”, fa notare Quattrone. Ma la storia dell’Olio di Lorenzo – miscela di trigliceridi monoinsaturi cruciale contro una malattia genetica rara – docet. E se la letteratura scientifica ancora non ha messo sul tavolo degli esperti la ‘pistola fumante’ per tutti i meccanismi con cui il cibo influenza la salute del cervello, “ci sono indizi da non sottovalutare”, precisano gli specialisti. Indizi che in generale promuovono la filosofia mediterranea a tavola.

Carlo Ferrarese, direttore scientifico del Centro di neuroscienze di Milano (università di Milano-Bicocca, ospedale San Gerardo di Monza) spiega che un’alimentazione povera di colesterolo e ricca di fibre, vitamine e antiossidanti presenti in frutta e verdura e di grassi insaturi contenuti nell’olio di oliva, viene collegata da studi di popolazione a una ridotta incidenza anche della malattia di Alzheimer, “che conta in Italia 700 mila pazienti, con numeri previsti in aumento”.

Fuori dalla tavola non va trascurato “il sonno, che faciliterebbe la rimozione di proteine tossiche dal cervello riducendo l’accumulo di beta-amiloide”. E l’esercizio fisico che “può aumentare la produzione di fattori di crescita del cervello”. Più indizi che certezze al momento riguardano la lotta alla sclerosi multipla a colpi di coltello e forchetta: la via che si delinea, spiega Giovanni Luigi Mancardi, direttore della Clinica neurologica dell’università di Genova, è una dieta “ricca di grassi insaturi – più pesce, frutta e verdura – che sembra in grado di modulare e diminuire l’attività infiammatoria.

Quanto al legame fra flora intestinale e autoimmunità la ricerca è al lavoro per far luce sui meccanismi con cui la dieta possa influenzarla”. Nel mirino c’è anche la vitamina D con le sue importanti funzioni immunomodulatorie. Il cervello va nutrito anche di cibo ‘immateriale’. “La densità dei contatti sinaptici in grado di generare network cerebrali alternativi, la cosiddetta ‘riserva cognitiva’, dipende da istruzione, rapporti sociali e attività lavorative – spiega Gioacchino Tedeschi, ordinario di Neurologia alla II universiità di Napoli – E sembra che tutto ciò sia funzionale a mantenere il cervello attivo e a controbilanciare, nelle neurodegenerazioni, la perdita progressiva di neuroni”. L’esperto cita due studi su tutti: un lavoro condotto sui tassisti londinesi, che scarrozzano i clienti in giro per la metropoli senza neanche l’aiuto del navigatore. Dopo un corso di formazione di due anni, quelli con l’esame superato in tasca mostravano un aumento del volume dell’ippocampo. Il secondo è uno studio sui bilingue che, dopo una vita a cavallo fra due idiomi, mostravano differenze nel danno microstrutturale causato dall’invecchiamento nella materia bianca e grigia. “L’impegno in attività ludiche e fisiche – ballo, hobby di vario genere, persino le parole crociate – e un lavoro complesso e stimolante, variabile e innovativo possono avere un effetto protettivo. In altre parole – conclude Tedeschi – è la noia che fa invecchiare”.

Adnkronos



   

 

 

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