Foibe. Il giorno del Ricordo

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di Silvia Noferi

Il giorno del Ricordo Siamo qui per ricordare lo sterminio di migliaia di italiani, ancora non si conosce il numero esatto e probabilmente non lo sapremo mai, uccisi e gettati in cavità carsiche o miniere abbandonate, alcuni ancora vivi, dopo processi sommari ad opera di popolazioni slave. L’armistizio del 1943 trasformò il confine orientale in terra di nessuno; improvvisamente soldati prima alleati divennero nemici, l’esercito era allo sbando, ovunque regnava una grandissima confusione.

Le forze partigiane jugoslave nel 1945 organizzarono processi sommari contro gli italiani esponenti del regime fascista, soldati, carabinieri, guardie agrarie, considerati responsabili della politica di annientamento culturale delle popolazioni dell’Istria e della Dalmazia. La sete di vendetta si estese anche a coloro che avevano partecipato alla lotta partigiana a fianco delle popolazioni slave ma che rifiutarono di allinearsi al regime di Tito. Italiano diventò sinonimo di nemico, moltissimi civili furono uccisi, altri deportati in campi di concentramento, 250.000 costretti ad abbandonare le loro case e scappare da una fine certa.

In Italia queste pagine di inaudita crudeltà furono totalmente ignorate per decenni, il partito che deteneva l’egemonia culturale e informativa ha taciuto per cinquant’anni. Chi ha oggi i capelli bianchi e tutta la classe intellettuale che nel dopoguerra ha avuto il compito di istruire l’opinione pubblica non può negare che questo eccidio sia stato omesso dai libri di storia e quanto sia stata strumentale questa “dimenticanza” .

La sudditanza della sinistra italiana verso i regimi dell’Est Europeo era tale da impedire qualsiasi ammissione, giammai la revisione del canone scolastico. Solo nel 2004 il governo italiano ha ufficialmente istituito una giornata dedicata al ricordo dei martiri delle Foibe e questo dice tutto.

Quello che deve fare più paura oggi è la visione unilaterale della Storia che superficialmente divideva il mondo in buoni e cattivi, che fingeva di non sapere dei 20 milioni di morti per fame dei primi anni del regime stalinista, delle persecuzioni perpetuate a danno degli intellettuali e degli artisti, la completa mancanza di tolleranza e democrazia del regime sovietico, la politica di aggressione e sottomissione degli stati satellite a suon di carrarmati.

Nel 1956, all’indomani dell’invasione dei carri armati sovietici a Budapest, mentre Antonio Giolitti, Italo Calvino e altri dirigenti comunisti di primo piano lasciarono il Partito, “l’Unità” definiva «teppisti» gli operai e gli studenti insorti e Giorgio Napolitano si profondeva in elogi ai sovietici. L’Unione Sovietica, infatti, secondo lui, sparando con i carri armati sulle folle inermi e facendo fucilare i rivoltosi di Budapest, avrebbe addirittura contribuito a rafforzare la “pace nel mondo”.

Questo oggi deve fare paura: la mancanza di senso critico, l’appiattimento del pensiero e dell’opinione pubblica su luoghi comuni e slogan servili, l’omissione di eventi gravissimi ma “scomodi” a qualcuno. Quello che ci vede impegnati oggi, ogni giorno, in una lotta di opinione, tra maggioranza e minoranza, su problemi grandi o piccoli, dobbiamo considerarla anche l’occasione per mantenere viva la discussione su idee “altre”, a volte anche opinabili, ma grazie a Dio, diverse.

Quello che dobbiamo aborrire è l’uniformità, la superficialità, l’appiattimento ad un pensiero unico, perché nessun filosofo potrà mai garantirci senza ragionevoli dubbi che esista un solo VERBO. Guardiamo il mondo e la storia con occhi e mente liberi tali da farci riconoscere le atrocità e condannarle; non esistono persecuzioni giustificabili neanche se queste colpiscono i nostri aguzzini a meno che non vogliamo tornare ad uno stato di barbarie preistorica. Oggi commemoriamo il giorno del Ricordo, dei martiri delle Foibe e di chi li ha seppelliti due volte, nelle fosse e nelle pagine non scritte della Storia.



   

 

 

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