Navi Usa sbarcano in Turchia, uomini e armi per l’Isis

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di Franco Fracassi

«La cosa assurda di tutta questa storia è che gli Stati Uniti combattono contro i loro amici, combattono un’organizzazione che armano e riforniscono di soldati. Non sto parlando al passato, ma al presente». La dichiarazione shock di un ex dirigente della Cia (rimasto anonimo) rilasciata al settimanale “Newsweek” non fa altro che confermare quanto affermato dal deputato turco Mehmet Ali Ediboglu nell’aula parlamentare di Ankara: «Il 19 novembre 2014 una nave da carico statunitense era entrata nel porto d’Iskanderun trasportando illegalmente armi e volontari del fondamentalismo islamico. La polizia antisommossa ha protetto il porto durante lo scarico della merce, che in particolare comprendeva missili e lanciarazzi pesanti. Il materiale è stato caricato su due convogli di dodici veicoli diretti al campo di al Qaida di Osmaniye.

Del resto il “Washington Post” solo una settimana fa aveva scritto: «L’Amministrazione Obama ha preparato piani segreti che hanno come scopo quello di favorire l’incremento di aiuti di uomini e armi diretti ai combattenti in Siria, in attesa che sia direttamente il Pentagono a stabilire delle basi nella zona di Aleppo».

Human Right Watch ha rilasciato un rapporto in cui si parla apertamento di coinvolgimento delle forze armate turche nelle stragi di civili compiute dall’Isis nel nord della Siria. «I fondamentalisti possono entrare e uscire a proprio piacimento dal territorio turco, tanto sono sempre in compagnia di soldati o agenti segreti turchi».

Il “Wall Street Journal” ha pubblicato un articolo in cui si accusa il capo dei servizi segreti di Ankara (Hakan Fidan) di curare personalmente il traffico di armi e di soldati verso l’Isis. Secondo Ediboglu, «con il consenso, anzi, con l’aiuto dell’America».

Perfino la Cnn ha filmato degli aerei senza insegne che atterravano all’aeroporto di Iskanderun con a bordo «miliziani di al Qaida».

Hugh Griffiths dell’Istituto internazionale di ricerca per la pace di Stoccolma (Sipri): «Attraverso il confine turco passano mensilmente tonnellate di materiale bellico diretto all’Isis e centinaia, se non migliaia di volontari della jihad. Com’è possibile? Ovviamente, grazie all’aiuto del governo turco e di quello degli Stati Uniti.

Al di là delle possibili affinità ideologiche o delle necessità strategiche, l’aiuto di Ankara all’Isis potrebbe avere anche un tornaconto personale per il presidente Recep Tayyip Erdogan. Alla fine del 2013 la polizia turca ha compiuto una operazione, che ha portato all’arresto di molti funzionari governativi e alle dimissioni di tre ministri, il cui nocciolo era il coinvolgimento dell’intera famiglia Erdogan in un enorme scandalo di corruzione, che aveva portato nelle tasche del presidente milioni di euro versati dal saudita Yasin al Qadi.

Amico personale dell’ex-vicepresidente degli Stati Uniti Dick Cheney, al Qadi ha ammesso di essere stato il principale finanziatore di al Qaida in Bosnia ed è stato accusato dall’Fbi di aver finanziato gli attentati di al Qaida alle ambasciate Usa di Dar es Salaam (Tanzania) e Nairobi (Kenya). Inoltre, il saudita nel 2001 era proprietario negli Usa di una società di software (Ptech) che ha avuto un ruolo di primo piano nelle stragi dell’11 settembre.

Secondo i media turchi, i documenti sequestrati mostravano come fosse l’Arabia Saudita, nella persona di al Qadi, a finanziare l’Isis. La vicenda, però, è stata messa a tacere e nessuno della famiglia Erdogan è stato messo sotto processo, perché tutti i poliziotti coinvolti nell’operazione sono stati licenziati o trasferiti.

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