Cassazione: “Sì a cibo vegetariano e maestro zen in carcere, sono un diritto”

zen7 ott –  Un detenuto buddista chiede di ricevere la visita del suo maestro zen e di mangiare solo cibo vegetariano? La questione non può essere trattata semplicemente come una richiesta strampalata, ma va presa nella dovuta considerazione. Parola della Cassazione, che ha così dato ragione a un detenuto 23enne, Catello Romano, killer di camorra recluso nel carcere di Novara.

La Prima sezione penale della Cassazione ha infatti ricordato che siccome “l’attuale sistema di tutela giurisdizionale dei detenuti nei confronti dei provvedimenti dell’Amministrazione penitenziaria non risulta disciplinato compiutamente dalla legge”, e “in assenza di un efficace intervento legislativo”, è dovere del magistrato di sorveglianza “impartire disposizioni dirette ad eliminare eventuali violazioni dei diritti dei condannati e degli internati”.

I reclami dei detenuti che lamentano la violazione dei loro diritti, come quello di Romano (che è un killer di camorra reo confesso dell’omicidio del consigliere del Pd di Castellammare di Stabia Luigi Tommasino, ucciso il 3 febbraio 2009 mentre era in macchina con il suo bambino che per un soffio si salvò dall’agguato), non possono essere liquidati lasciando alla direzione dei penitenziari la ricerca di “modalità tecniche” per vedere che cosa si può fare. Occorre invece, una volta accertato che è un diritto vero e proprio, risolvere tali violazioni attivando la “procedura” per dare “valida risposta” a quanto denunciato.

A Catello Romano, il magistrato di sorveglianza di Novara si era limitato a rispondere di aver già consigliato alla direzione del carcere di sostituire l’impresa fornitrice del vitto. E per quanto riguardava il mancato accesso del maestro buddista zen, l’ordinanza faceva presente che queste cose dipendevano dal ministero e non dalla direzione.

Questo tipo di risposte, spiega però la Cassazione, non sono ammesse: il magistrato deve porre rimedio ai diritti lesi di chi è in carcere, e che come unica chance ha l’appello al giudice sorveglianza, emettendo provvedimenti di “natura giurisdizionale”, cioè sentenze che devono essere rispettate e alle quali “il ministero della Giustizia non può disporre che non venga data esecuzione”.



   

 

 

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