La tigre e l’ermellino – Romanzo di Malinverni Laura

ermellinoGenere: Storia-arte-mistero

Trama: Il romanzo, che ha tra le protagoniste la grande Caterina Sforza (la “Tigre” del titolo),  si svolge tra la Milano sforzesca e la Romagna, alla fine del Quattrocento.

Basato su vicende e personaggi reali ed ispirato da corrispondenze originali, approfondisce particolari non registrati dalla storia ufficiale: prima dei fatti narrati nel libro, il duca di Milano Galeazzo Maria Sforza, fratello maggiore di Ludovico il Moro, era stato assassinato da tre congiurati, non senza il sospetto che proprio il fratello minore fosse stato il mandante del complotto. Al Moro, in un primo tempo allontanato dalla città, era stato però consentito di ritornare a Milano dalla duchessa vedova, diventandone in pratica padrone e governandola per decenni al posto del debole erede legittimo, Gian Galeazzo, figlio del duca assassinato.

La parabola di potere del Moro e della sua ricchissima corte, dove dimorano i migliori artisti e scienziati del tempo, è la trama di fondo alla quale si sovrappongono le vicende delle protagoniste: mentre al duca ucciso, Galeazzo Maria Sforza, sono attribuiti vizi e peccati al punto che il suo nome non viene quasi più pronunciato, un filo di complicità lega le donne che gli erano state care, prima fra tutte la figlia maggiore di Galeazzo Maria, Caterina Sforza, andata sposa al nipote del Papa. Esse riusciranno, strette in una sorta di patto segreto con alcuni nobili, a circondare il Moro di costruzioni e immagini allusive al duca scomparso: accanto alle chiese e ai palazzi fatti costruire dall’apparato di potere di Ludovico il Moro, che mira a celebrare se stesso e a condannare all’oblio la figura del fratello, a Milano e nei possedimenti di Caterina sorgeranno altre chiese, in cui affreschi e simboli indicheranno ai posteri il duca assassinato e la congiura mai veramente svelata.

 

Commento: Davvero Caterina Sforza e Leonardo da Vinci, pur presenti in vari momenti negli stessi luoghi, legati da comuni interessi e da un simile spirito anticonvenzionale, non si incontrarono mai? Per esempio, erano entrambi a Firenze nei primissimi anni del Cinquecento, ed entrambi gravitavano attorno al convento della Santissima Annunziata, dove Leonardo stava iniziando il ritratto di Monna Lisa e Caterina veniva per le sue devozioni: il confessore di Caterina, il plebano Francesco Fortunati, dipendeva dai padri serviti dello stesso convento che ospitava Leonardo.
Ma anche diversi anni prima, nel 1487, quando Caterina venne da Forlì a Milano per far visita ai suoi parenti e chiedere denaro allo zio Ludovico il Moro per il suo piccolo stato, la Sforza e Leonardo furono per molti giorni insieme sotto lo stesso tetto, alla corte milanese. Un indizio fondamentale per accreditare l’avvenuto incontro fra i due in questa circostanza, è dato dal foglio pervenutoci e denominato Tema RL 12283r, simile ad altri dei Manoscritti A e B dell’Istituto di Francia, attribuibile al primo periodo lombardo di attività del Maestro e databile al 1488 circa. Sul foglio, tra schizzi ed appunti, compare la ricetta “A fare capelli di tanè”, cioè come scurire i capelli con il mallo delle noci. E’ evidente che Leonardo si sia annotato una ricetta riferita da altri: ed è stupefacente l’analogia, per stile ed ingredienti, con gli “Experimenti” che Caterina Sforza andava creando e raccogliendo e che avrebbero poi costituito il suo famoso Ricettario. Dicono gli appunti di Leonardo: “A fare capelli di tanè, tolli noce e fa bollire in lasciva e con essa lasciva bagnia il pettine e poi pettina e asciuga al sole…”. Si legge nei famosi “Experimenti” di Caterina Sforza: “A fare la barba capelli et peli et la carne humana negra benissimo: piglia scorze de noce fresche galla impalpabile meloni salvatichi et pista inseme et lassa star un di o doi cusi poi metti alanbicco et stilla et con quella acqua bagnia dove voli che fara negro benissimo”. Si può ipotizzare, da uno stemma sforzesco pervenutoci, con due vipere sulla croce di Sant’Andrea, databile proprio al 1488-1490, che Leonardo possa avere ideato l’emblema su suggerimento di Caterina Sforza, in seguito a loro incontri a Milano.

Ma le domande ed i misteri del periodo sono molti altri.

Le cose alla corte di Ludovico il Moro erano veramente come sembravano? E il sentimento che vi regnava era l’ipocrisia, il desiderio di vendetta o la paura?  Perché alla corte di Milano vivevano e prosperavano i figli, la vedova e la nuora del duca fatto assassinare su mandato del Moro, e tutti gli si rivolgevano con apparente affetto e deferenza?

Perché di Caterina Sforza, uno dei personaggi femminili più in vista del Quattrocento, non ci sono giunti ritratti ufficiali? Perché il particolare delle “belle mani”, caratteristica di Galeazzo Maria Sforza messa in luce in un suo celebre ritratto del Pollaiolo e di molte donne della sua famiglia, ricorre nei ritratti leonardeschi della Dama con l’ermellino e della Gioconda, nonché della Dama dei gelsomini di Lorenzo di Credi?

A questo e ad altri interrogativi il libro di Laura Malinverni cerca di dare una risposta, senza trascurare di percorrere strade minori, spesso al femminile, che puntualmente svelano tracce, indizi, coincidenze.



   

 

 

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