Quale nuovo Egitto dopo la primavera araba?

PrimaveraEgiziana

Giuseppe Acconcia
La primavera egiziana e le Rivoluzioni in Medio Oriente
Casa editrice Infinito

La genesi della Rivoluzione, la sua esplosione, le manifestazioni di piazza Tahrir, le violenze, le dimissioni del presidente egiziano Hosni Mubarak, la presa del potere da parte del Consiglio supremo delle Forze armate, le elezioni parlamentari e presidenziali, le conseguenze immediate e per il futuro dell’Egitto e del Medio Oriente in questo libro scritto sul campo.
Giuseppe Acconcia (Salerno, 1981), giornalista e ricercatore, si occupa di Iran e Medio Oriente. Laureato in Economia, dal 2005 ha vissuto tra Iran, Egitto e Siria collaborando con testate italiane (Il Manifesto, Il Riformista, Radio 2, RaiNews), inglesi (The Independent) ed egiziane (Al Ahram). Ha lavorato come insegnate di italiano per migranti e all’Università americana del Cairo. Si è occupato di cooperazione euromediterranea e ha pubblicato racconti, poesie e romanzi brevi.


INTERVISTA A GIUSEPPE ACCONCIA, MERCOLEDI’ 2 GENNAIO 2013 (a cura di Luca Balduzzi)

Che cosa ha fatto sì che la primavera araba cominciasse in tempi abbastanza ravvicinati in tutti i paesi interessati?
La prima causa va ricercata nelle diffuse disuguaglianze sociali nella popolazione di molti dei paesi interessati dalle proteste del 2011-12. A questo va aggiunto l’aspirazione dei giovani liberali a maggiori diritti di rappresentanza politica. Tuttavia, sono stati gli islamisti, per decenni tenuti ai margini della vita politica in molti di questi paesi, a monopolizzare le rivolte e a ridefinire le aspirazioni di migliaia di giovani. Esiste poi un tentativo di rivoluzione culturale che ha prodotto il ricorso ad una diffusa resistenza creativa per immagini con graffitari e rapper, così come una rinnovata necessità di raccontare gli eventi attraverso il giornalismo indipendente con il ricorso sempre più diffuso a nuovi media e network sociali.

In che cosa si è caratterizzata la primavera egiziana?
Le rivolte in Egitto hanno subito avuto due protagonisti indiscussi: i Fratelli musulmani e l’esercito. Gli islamisti hanno preso il controllo delle manifestazioni di piazza a partire dal secondo giorno di proteste e sono andati via dalle strade delle maggiori città solo per partecipare alle elezioni. Quando sembrava che le forze nazionaliste, vicine a Ahmed Shafiq, l’ultimo primo ministro di Mubarak avrebbero potuto conquistare la carica di presidente della Repubblica nel giugno scorso, i Fratelli musulmani sono tornati in piazza occupando lo spazio pubblico per otto giorni. L’esercito invece ha bloccato il processo rivoluzionario imponendo un affrettato ricorso alle urne e non accettando l’immediata riscrittura della Costituzione. E così la giunta militare al potere fino a sei mesi fa ha riprodotto il suo tradizionale controllo sulla società egiziana delegando agli islamisti il governo del Paese.

La primavera egiziana ha, purtroppo, conosciuto anche sviluppi più violenti rispetto ad altri paesi…
Le ultime violenze precedenti al Referendum costituzionale del 22 novembre scorso sono costate la vita a 10 persone, tra le quali un giornalista Hussein Abu Deif. Ma giorni di grave violenza ci sono stati nel febbraio del 2012 quando sono morti decine di sostenitori della squadra dell’Ahly, tra i protagonisti delle manifestazioni di piazza, nello stadio di Port Said. E ancora prima nel novembre del 2011, quando negli scontri di via Mohammed Mahmoud, sono stati uccisi decine di manifestanti. Dopo quelle violenze si è andati alle elezioni parlamentari che hanno sancito la vittoria dei Fratelli musulmani. Nei giorni della rivoluzione tra il 25 gennaio 2011 e l’11 febbraio, quando Mubarak si è dimesso, sono state uccise oltre 800 persone. Ma per quei fatti l’ex presidente egiziano e il ministro dell’interno el Adly sono stati condannati all’ergastolo. Capire le ragioni di queste violenze è molto complesso. Uno dei motivi principali riguarda l’assenza di intervento da parte della polizia che ha innescato scontri settari tra cristiani e musulmani e favorito le violenze di piazza.

In che maniera sta cambiando il “nuovo” Egitto? E’ un cambiamento che sta rispondendo alle aspettative?
L’Egitto sta cambiando, non so dire se in meglio. Con l’approvazione della nuova Costituzione dello scorso 22 dicembre si ridisegnano i rapporti di potere tra istituzioni pubbliche e l’influenza della legge islamica nel diritto ordinario. La sharia diventa la fonte principale di diritto ma in ogni caso sarà il singolo giudice a decidere se applicarla. Per questo la magistratura si è duramente opposta al decreto presidenziale dello scorso 22 novembre che ampliava i poteri presidenziali. In quel caso, veniva imbavagliata la magistratura egiziana rendendo inappellabili le decisioni del presidente. Ma dopo le manifestazioni di piazza, Morsi ha ritirato il decreto.

In che modo si stanno ponendo/dovranno porsi i paesi occidentali nei confronti del “nuovo” Egitto? E l’Italia in particolare…
L’Egitto dei Fratelli musulmani mantiene relazioni privilegiate con gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Non solo, Morsi punta su un rinnovato sostegno da parte di Arabia Saudita e Emirati. Gran parte dei finanziamenti alla Fratellanza arrivano da Ryad. Infine, l’economia egiziana ha necessità assoluta di ottenere i prestiti promessi dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale. Tuttavia, per la crisi legata al controverso Referendum costituzionale i provvedimenti di aumento delle tasse per far fronte ad una riduzione della spesa pubblica, come richiesto dagli organismi internazionali, sono stati ancora una volta rinviati.

Rimane più che mai attuale la questione palestinese, e abbiamo già potuto vedere quale posizione il “nuovo” Egitto abbia assunto in questa vicenda…
I Fratelli musulmani per la loro storia e formazione politica dovrebbero essere vicini ad Hamas, il movimento palestinese che governa la Striscia di Gaza. In realtà, il presidente Mohammed Morsi ha agito per molti versi in continuità con il regime di Hosni Mubarak. Prima di tutto non ha posto l’allentamento del duro assedio della Striscia come pre-condizione per l’avvio del negoziato per il cessate il fuoco in seguito all’attacco aereo israeliano su Gaza dello scorso novembre. In secondo luogo, ha favorito la componente di Hamas vicina al primo ministro palestinese Ismail Hanyie con lo scopo di contribuire al dialogo per l’unità nazionale tra Fatah e Hamas. Tuttavia, il protagonismo egiziano nel negoziato chiarisce il ruolo chiave del Paese per una soluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese e quanto il tema sia centrale agli occhi dell’opinione pubblica egiziana. I Fratelli musulmani non possono commettere passi falsi sul sostegno accordato ai palestinesi né agire con lo stesso cinismo del regime di Hosni Mubarak.

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