Il salvataggio dell’euro ci è già costato 1100 miliardi

12 ott –  EUROPA, ancora uno sforzo se vuoi proteggere (o meglio, non perdere) i tuoi soldi. Questo è il messaggio inviato dal FMI nel suo “Rapporto sulla stabilità finanziaria nel mondo”, presentato a Tokyo. Pur riconoscendo “gli sforzi compiuti da nuovi leader” in Europa, Jose Vinals, il consigliere finanziario del Fondo, ha chiesto di “accelerare” il ritmo per ripristinare la fiducia e “rafforzare la coesione della zona euro“.

FINANZIARIAMENTE si tratta di sforzi certamente già notevoli. Gli esperti del FMI hanno calcolato che dal dicembre 2009 i fondi pubblici spesi per salvare i “paesi periferici” (Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna) sono stati superiori a 1100 miliardi di euro.

QUESTA CIFRA comprende una parte del capitale prestato dal Fondo europeo di stabilità (EFSF) ma soprattutto include gli aiuti concessi dalla Banca centrale europea. L’istituto guidato da Mario Draghi non solo ha acquistato titoli di Stato, per poco più di 200 miliardi di euro, ma sta ora accompagnando sotto braccio le banche di questi cinque paesi in difficoltà: il rifinanziamento della BCE è più che triplicato, superando i 600 miliardi di euro.

LA CRISI DELLA ZONA EURO, iniziata quasi tre anni fa con lo scoppio della tragedia in Grecia, ha determinato la fuga di capitale privato che le istituzioni europee, BCE in testa, hanno dovuto rimpiazzare. I movimenti sono diventati giganteschi. Tra giugno 2011 e giugno 2012, l’Italia e la Spagna hanno registrato flussi fino a 235 e 296 miliardi di euro rispettivamente in uscita (15% e 27% del PIL). Queste cifre comprendono sia la cessione di investitori non residenti, che hanno venduto i loro titoli, ma anche fughe di capitali da parte degli investitori. Il record va tuttavia ai Greci, che hanno tagliato il 30% dei depositi nelle banche del paese.

AL CONTRARIO, gli istituti bancari dei paesi “virtuosi”, vale a dire Austria, Finlandia, Germania e Paesi Bassi, hanno visto i loro depositi salire, raggiungendo un ammontare pari a € 350 miliardi dopo l’estate del 2011.

I differenti movimenti di capitali, che creano una profonda ed evidente frattura in seno alla zona euro, esprimono i timori di una “ridenominazione della valuta”, il che significa un ritorno alle monete nazionali. “La fuga di capitali e la frammentazione del mercato (interbancario) che ne è derivato hanno indebolito le fondamenta dell’Unione, vale a dire i mercati integrati e una politica monetaria efficace”, avvertono gli esperti di Washington.

IL FMI ne esamina tutte le conseguenze: la tensione sul debito sovrano, il ritiro delle banche e in ultima analisi, la mancanza di finanziamenti per le imprese “della periferia” di Eurolandia. Il Fondo auspica la creazione di una unione bancaria europea, con una “messa in comune delle risorse, un fondo di garanzia depositi”. Condizione sine qua non per la sopravvivenza della zona euro.

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