OTTOMARZONONDIFESTAMADILOTTA

E’ vero, in Italia, ogni 3 giorni viene uccisa una donna. In Italia ogni giorno migliaia di donne subiscono violenza, sia verbale, che fisica, o psichica. Solo il 24% delle donne ha la carta di credito e il 60% il bancomat. Ma è anche vero che neppure il 50% delle donne ha la patente e solo il 60% di esse lavora e il 20% di loro spende il proprio tempo nel lavoro famigliare.

Per questi motivi sostengo che non v’è nulla da festeggiare. L’otto marzo deve essere una giornata di lotta e non di festa. Lotta per una pari indipendenza economica rispetto agli uomini, lotta per l’equilibrio tra attività professionale e la vita privata, lotta per la pari rappresentanza nel processo decisionale, lotta per l’eradicazione di tutte le forme di violenza fondate sul genere, lotta per l’eliminazione di stereotipi sessisti e per la promozione della parità tra i generi nelle politiche esterne e di sviluppo. Il giorno in cui le donne raggiungeranno questi obiettivi, potranno fare festa e con loro tutta la nostra società.

Nell’ultimo decennio il tasso d’occupazione femminile è aumentato di soli 7 punti percentuali, raggiungendo neanche il 60% Lo scarto medio tra il tasso d’occupazione femminile e quello maschile è inoltre sceso da 18 punti del 1998 a 14 punti del 2008.

Nonostante questi piccoli passi in avanti restano le disparità salariali che si ripercuotono sul livello di reddito e sulle pensioni (aumentando il rischio di povertà dopo il pensionamento) e resta oltre quattro volte più più elevata la percentuale di contratti precari e di lavoro part-time rispetto agli uomini.

Le donne, in caso di perdita del posto di lavoro,corrono un rischio più elevato di non essere riassunte.

Benché il livello d’istruzione femminile sia aumentato e il numero delle laureate sia oggi superiore a quello dei laureati  le donne restano concentrate in settori tradizionalmente “femminilizzati” e spesso meno retribuiti (servizi
medico-sanitari e di assistenza, istruzione, ecc.) e soprattutto occupano meno
posti di responsabilità in tutte le sfere della società.

Nonostante un piccolo progresso, la percentuale delle donne nel Parlamento Europeo è arrivata solo al 35%. Mentre nel settore economico le donne rappresentano soltanto il 10% dei membri dei consigli di amministrazione delle principali società europee quotate in borsa e solo il 3% dei dirigenti di tali consigli.

Secondo i dati di The Global Gender Gap Record, rapporto stilato dal World Economic Forum,l’Italia si trova al 72° posto nella graduatoria globale e addirittura al 95° posto in quella riguardante le opportunità e la partecipazione economica delle donne, superata anche da paesi come il Mali e lo Zambia.

L’Italia è sotto la soglia dell’equità per tutti i parametri di analisi tranne
due: l’aspettativa di vita e l’accesso all’istruzione terziaria.

Per tutti gli altri ambiti analizzati che vanno dalla partecipazione femminile
in parlamento alla partecipazione alla forza lavoro, il nostro paese è ben sotto la soglia della parità uomo-donna, col picco negativo per quanto riguarda l’equità di retribuzione per uno stesso lavoro che ci vede collocati al 116° posto in una graduatoria che comprende 134 Stati.

Fate in modo questo giorno cambi la vostra vita. Quel giorno, la nostra società sarà più evoluta e assumerà la consapevolezza che la nostra cultura si è emancipata.

Armando Manocchia



   

 

 

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