Il fastidio di pensare: la democrazia all’italiana

dittatura della maggioranza

di Emiliano Scappatura – La moderna democrazia, diceva Weber, non l’hanno inventata i filosofi, ma ha un fondamento religioso. È stata la cultura protestante, e ancor più quella calvinista, a gettare il seme di questa conquista della cultura politica occidentale e poi i filosofi, che vengono sempre, come diceva Hegel, quando tutto si è già compiuto, si sono messi a studiarne i fondamenti teoretici.

La cosa non è trascurabile. Se si trattasse solo di una formula giuridica la democrazia sarebbe poca cosa, e si potrebbe applicare o, come pretendeva ingenuamente Bush, anche “esportare” con facilità. Ma la democrazia ha, per l’appunto, un fondamento religioso, e quindi è stata partorita in tutto un contesto culturale ed etico particolare. Se gli togli quel fondamento, la democrazia si riduce appunto solo ad una formula, e questo spiega perché non basta andare a votare per avere uno stato democratico o, magari, per non avere una dittatura.

Dappertutto nel mondo i governi ormai si eleggono e non esiste più un dittatore che, come ad inizio del Novecento, consideri (o quantomeno definisca apertamente) la democrazia un ideale politico demodé: tutti ci tengono a far sapere che le elezioni si svolgono regolarmente ovunque: ma probabilmente neanche Bush direbbe più che ad ogni elezione corrisponde una democrazia.
Pur tuttavia, anche concedendo queste premesse, c’è da restare esterrefatti e anche terrorizzati nel vedere come, dopo nonostante mezzo secolo di sia pure democrazia tossicchiante, adesso questa cultura democratica italiana si stia dissolvendo senza colpo ferire, senza opporre che qualche guaito ad un potere che si autodetermina. Intendiamoci: chi è vissuto in questo paese nel Novecento non sarà nuovo a sentir dire che la democrazia in Italia è solo un fenomeno di facciata.

Coprendosi con i rigurgiti di una filosofia contestatrice, da Foucault alla Scuola di Francoforte, tutti i movimenti politici di opposizione, fino ai contestatori extraparlamentari, hanno sempre accusato la politica italiana di essere in qualche modo antidemocratica. Ma pur lasciando a desiderare sul piano etico, questa ha sempre avuto al governo esponenti di governo espressi dai partiti vincitori e una opposizione parlamentare molto forte; cosa che è cominciata a mancare sempre più negli ultimi anni fino a scomparire del tutto adesso.

Un anno fa il Presidente della Repubblica chiese ai partiti di votare un governo che non si identificasse “in alcuna formula politica” cioè, in termini non retorici, di rinunciare del tutto al loro ruolo e di farsi guidare da una persona considerata al di sopra di tutti per delle qualità personali riconosciute: in un altro contesto questa richiesta sarebbe stata considerata scandalosa, e l’inizio di una dittatura. Eppure tutti hanno accettato supinamente. La conseguenza è stata, per l’appunto, quella classica di una dittatura mascherata: un governo senza opposizione e i suoi effetti complementari.

Mussolini queste cose se le era prese, ma un passo alla volta, e aveva dovuto faticare un po’ di più: aveva dovuto prima approfittare di diverse situazioni e comunque i partiti il paese non glielo consegnarono mai nelle mani: ebbero una strategia politica pessima e alla lunga suicida, fiacca, ridotta ad un moralismo imbelle che li portò a una colossale sconfitta elettorale, ma a consegnarglielo così nelle mani e tanti saluti non ci pensò mai nessuno.

Nei libri di storia siamo abituati a leggere che Mussolini distrusse la democrazia: noi crediamo meglio, con Montanelli, che Mussolini si limitò a seppellire una democrazia che si era suicidata dopo una lunga agonia, e lo fece con molto ordine, e sempre rispettosissimo delle regole. Ma qui le regole non le vediamo neanche rispettate. E così dopo un governo senza opposizione abbiamo altri fattori che sembrerebbero minori, ma in realtà sono indici che questa è una democrazia agonizzante:

  • marginalizzazione del parlamento e dissoluzione dei confini tra le diverse forze dello Stato, che secondo Montesquieu dovrebbero invece sempre essere nettissime (è il governo che ha fatto più ricorso per legiferare ai decreti, talvolta con straordinaria successione, senza dare talvolta quindi neanche ai parlamentari il tempo di approvarli);
  • un presidente del consiglio che si concede dopo giorni in una sala stampa e dichiara a quali domande gli garberà rispondere;
  • un giornalismo che non si vergogna di definirsi governativo, nonostante il suo ruolo sia appunto di essere critico verso il potere;
  • la criminalizzazione di chi la pensa diversamente (frasi come “vi renderemo la vita difficile” che in un altro stato democratico sarebbe impensabile da un esponente governativo);
  • e ovviamente un astensionismo in fortissimo aumento …

Il problema della democrazia è, per l’appunto, questo: che non si riduce al solo atto del voto, ma deve avere dietro un visione valoriale molto rigida. Questa gli è stata data in un contesto religioso dove è nata e si è mantenuta anche quando questo è scomparso: ecco perché nei paesi protestanti certe cose non si possono fare neanche adesso e i governi tecnici dove la politica abdica non sono concepibili. In Italia i valori non ci sono mai stati: questo è il paese delle strizzate d’occhio e del “tanto è sempre stato così”. In certi paesi i valori ci sono ma sono come bufere che sembrano spazzare via tutto ma poi sono seguiti dalla solita calma rassegnata: si identificano con tempeste giudiziarie, partiti che promettono di abbattere ogni cosa e poi si politicizzano e infine momenti di calma che corrispondono alle delusioni dell’astensionismo. Ecco perché la democrazia non è fatta per questi paesi.

Alla fine viene sempre un salvatore, una sorta di uomo migliore di tutti gli altri, che promette di aggiustare tutto e lascia tutto peggio di prima, come Mussolini, Peròn, Chàvez, Lula, e cito solo alla rinfusa quelli del mondo latino ma potrei citarne un centinaio, e adesso a portarci fuori dai guai c’è super Mario. Dai che questa è la volta buona.

Montanelli, uscito dal fascismo trentenne, diceva che non credeva nei salvatori della patria perché gliene era bastato vederne uno. Ma ancora c’è qualcuno che crede nei miracoli.

Prof. Emiliano Scappatura

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