Generale Giorgio Battisti (Isaf): “Danza fuori tempo”

Di generale Giorgio Battisti

12-08-2020 – Il recente evento che ha visto coinvolta, con ampio risalto mediatico, la Scuola Sottufficiali della Marina Militare di Taranto si presta ad alcune riflessioni
I “militariesenti”, come chiamati da un collega, e gli esperti di tuttologia (i cd. armchair generals secondo la terminologia statunitense) che hanno classificato il balletto come una “ragazzata” estiva per stemperare la serietà della cerimonia del Giuramento non sono i più indicati a comprendere il mestiere delle armi. Pur in un’epoca di progressiva demilitarizzazione, spirituale e culturale delle Forze Armate, rimane sempre una professione “atipica” che non può essere valutata con il filtro del buonismo e del politicamente corretto (i rischi sono sempre gli stessi, anzi sono aumentati sia per l’efficacia delle nuove tecnologie sia per avversari sempre più determinati e senza scrupoli!).

Che cosa possono pensare questi ragazzi che un momento così importante, come il loro Giuramento, possa finire a “tarallucci e vino”?
Il Giuramento è l’atto più solenne per un Soldato, di qualsiasi ordine e grado, con il quale promette dovere di fedeltà e rispetto alle Istituzioni sino all’estremo sacrificio.
Esso suggella gli elementi che sono alla base della cultura e delle motivazioni del Soldato: i valori etici, le tradizioni, la storia e il ricordo dei propri Caduti.
Senza queste caratteristiche anche l’Esercito meglio armato e tecnologicamente più avanzato rischia di sfaldarsi alle prime difficoltà, come lo dimostrano anche recenti esempi (vds. Esercito Iracheno nel 2014 a Mosul di fronte all’attacco dell’ISIS).

Il balletto dei giovani Marinai sollecitato dalla Comandante dello schieramento al termine della cerimonia se fosse stato effettuato poco dopo in un altro luogo e senz’armi non avrebbe certo suscitato tutta questa attenzione e sarebbe stato visto come un momento goliardico quale il lancio del képi al termine del corso accademico.
Ancora oggi diverse Forze Armate hanno nel loro repertorio tradizionali danze di guerra, come gli Afghani o il royal military tattoo britannico, senza dimenticare la Haka, la rituale danza dello spirito guerriero dei maori adottata dagli All Blacks.

Il problema, oltre al contesto in cui si è svolto, termine della cerimonia del Giuramento, atto per il quale migliaia di giovani in passato si sono sacrificati per rispettare questo obbligo personale di fedeltà, superando l’istinto di sopravvivenza e il desiderio di ritornare dai propri cari, riguarda, a mio avviso, due aspetti.
Il primo, il reparto in armi.

Elementi caratterizzanti della professione del Soldato sono la propria arma individuale (pistola o fucile), che per un Ufficiale è rappresentata dalla Sciabola unitamente alla Sciarpa Azzurra. La Sciarpa Azzurra, in particolare, è il simbolo distintivo di servizio di ogni Ufficiale delle Forze Armate italiane, le cui origini risalgono addirittura al XIV Secolo con il Conte Verde, Amedeo VI di Savoia.
Senza voler ricordare gli eccessi quasi morbosi del film Full Metal Jacket, la cura dell’arma individuale è un dovere fondamentale per ogni militare, che deve maneggiare questo (pericoloso) strumento con attenzione per la sua insita letalità.

Trattare il fucile come un bastone di un ballo tribale o lo stick di un tip – tap può ingenerare in questi Marinai, che sono ancora nella fase iniziale della maturazione professionale, uno scarso rispetto per l’arma: quanti sono gli incidenti mortali per un suo maldestro utilizzo?

Il secondo, riguarda il senso della disciplina e l’autorevolezza dell’Ufficiale. In situazioni completamente diverse come reagiranno questi giovani quando dovranno eseguire ordini “non piacevoli”, certamente più impegnativi, e a volte pericolosi?
Quale rispetto e riconoscimento immediato e indiscusso dell’autorevolezza del loro Ufficiale?
E potrebbe l’Ufficiale pretenderlo questo rispetto da uomini e donne cui ha “ordinato” di ballare in un momento in cui il ballo non rappresenta alcun significato simbolico?

Non si tratta quindi di una semplice “bischerata estiva”, come etichettata da alcuni benpensanti, ma riguarda aspetti fondanti del mestiere delle armi che solo coloro che hanno vissuto o vivono questa professione possono capire!
La tanto urlata e auspicata “umanizzazione” dei militari, elemento che ha fatto dire ai più che l’episodio in questione è da accettare favorevolmente, e non da passare al vaglio disciplinare, in questa circostanza rischia di distogliere l’attenzione dal vero problema.
Se si pensa, infatti, di richiamare il concetto dell’abbattimento dei pilastri istituzionali, tanto caro a una certa parte politica, in nome di una rinnovata socialità fintamente “umanizzata”, nell’universo militare, non si compie un’operazione di ammodernamento e di svecchiamento di un apparato obsoleto, ma si commette un grave errore.
Quello di offrire il fianco al fraintendimento: chi sceglie la vita militare sa (o dovrebbe sapere) che è una scelta che non comporta il posto fisso e lo svolgimento di una vita normale, solo con una divisa, ma decide di dedicare la propria vita, anche in senso letterale (ove occorra) alla Nazione, alla Patria (anche se la parola non va più di moda).
Ed è col Giuramento che l’uomo e la donna in divisa suggellano, liberamente e pienamente, tale impegno per la vita.
Quindi, chi ha appena giurato fedeltà alla Patria, fino all’estremo sacrificio, non può invocare la normalità quale scriminante per aver calpestato ciò che il Giuramento rappresenta ballandoci sopra un quarto d’ora dopo.

È appena il caso di ricordare che è proprio quel “sodalizio”, quello sposare una vita diversa che consente l’Operazione “Strade Sicure” o le missioni di pace (termine orrendo e ipocrita) e in sua assenza non si potrebbe “invocare l’Esercito” quando ogni altra soluzione sembra oramai vana e inutile.

Se è vero che i valori, i principi, gli ideali (non le ideologie!) di chi è morto per dare a noi questo splendido Paese, dalle mille risorse, sono e rimangono incarnati nei simboli, negli emblemi, nei segni distintivi che richiamano gesta, azioni eroiche, estremi sacrifici; se è poi vero e giusto ricordare quelle gesta e quei valori attraverso il rispetto di quei simboli, NON può essere vero, e chi lo sostiene o non ne è consapevole o è in mala fede, che il ballo tribale di un tormentone estivo in sciarpa e sciabola, al comando di un reparto in armi, sia interpretabile come “cazzeggio umanizzante”.
Esso è, semmai, nella migliore delle ipotesi inconsapevole e ignorante, uno svilimento dell’eco delle gesta dei nostri avi, da non sottovalutare in alcun modo.

Se a tutto questo si affianca un tentativo, supponente e arrogante, di influenzare le decisioni di un Capo di Stato Maggiore di Forza Armata, nel nome dell’ipotetica detenzione della “morale nazionale”, si comprende che siamo esattamente sul crinale tra il ricordo e il riconoscimento di quei valori e simboli come modelli da seguire e la loro trasformazione in posticcia rappresentazione che ambisce a diventare solo “virale”, mediante l’annientamento di ciò che deve rimanere immortale …. E si sa, sul crinale, basta che soffi un po’ più di vento che si rischia di cadere giù; e così, magari il prossimo passo – dopo il fatidico “LO GIURO!” – sarà l’attacco di una Taranta o di una Lambada, al posto di un oramai desueto Inno di Mameli.

Giorgio Battisti – – www.cybernaua.it

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