8 marzo, il calvario delle donne arabe

 

burqaProfuga in Siria, vedova nello Yemen, molestata in Marocco, non può guidare l’auto in Arabia Saudita, non porta i pantaloni in Sudan, detenuta in Egitto, coperta con il velo e disoccupata un pò dappertutto. I social network – e isolate testate giornalistiche – denunciano l’impossibile vita del gentile sesso nel mondo arabo in occasione della festa dell’8 marzo, giornata simbolo di lotta e sacrificio per ii diritti delle donne. Ma se sui social sono numerosi oggi i messaggi di augurio, a postarli sono prevalentamente donne. Mentre tra gli uomini c’è chi non esita a indicare questa festa come “una usanza inventata dagli occidentali”.

In generale i principali giornali arabi ignorano l’8 marzo: “Al Quds al Arabi” è l’unico tra i grandi media arabi a dedicare alla ricorrenza un editoriale. “Le donne arabe continuano a subire repressione e discriminazione e questo grazie a tradizioni, religione (musulmana) e leggi vigenti per non parlare delle guerre civili che hanno ucciso le speranze suscitate dalla cosiddetta Primavera araba”, scrive il giornale edito a Londra.

niqab2Ecco il calvario del gentile sesso arabo come viene denunciato in rete dagli stessi arabi:DETENUTE E VEDOVE, NEL MIGLIORE DEI CASI PROFUGHE “Detenute o vedove nel fiore dell’età, nel migliore dei casi solamente profughe”. Così riassume l’agenzia di stampa turca “Anadolu” la tragedia, oggi, delle donne siriane. “Mi chiamo Sahar Hamud, ho 28 anni e tre figli. Non ho nessuno: non esiste più una coscienza civile”, afferma all’agenzia turca una giovane vedova rifugiatasi a Kilis, provincia sud orientale della Turchia dopo aver perso il marito ucciso in Siria. In rete anche molti gli appelli per la liberazione delle detenute siriane sia nelle carceri del regime del presidente Bashar al Assad che in quelle dei ribelli dell’opposizione.

FRUSTATE ALLA DONNA CHE PORTA I PANTALONI In SUDAN, è la legge dello Stato a stabilire chi, in famiglia, deve portare i pantaloni: solo l’uomo. La donna che vuole sfidare questa legge viene semplicemente frustata. Nel luglio 2009, la polizia di Khartoum ha arrestato 13 donne in un caffè e 10 di loro sono state frustate in pubblico perchè indossavano dei pantaloni violando così la Sharia, la severa legge islamica. Tra queste donne, c’era anche una nota giornalista, Lobna Hosseini, e il caso ebbe a suo tempo vasta eco su media internazionali. Paradossalmente, a negare che in Sudan vi sia discriminazione nei confronti delle “femmine” è un ministro regionale donna. Si chiama Awatef al Ajli titolare del dicastero della Cura Sociale e Orientamento per la provincia autonoma di Gadaref. La ministra ammette solo l’esistenza di “controversie come quelle sul divieto di portare i pantaloni per le donne”.

infibulL’INFIBULAZIONE L’infibulazione, la mutilazione genitale femminile con cui viene cucita la vulva, lasciando solo un foro per l’urina e il sangue mestruale, è ancora oggi adottata e praticata in SUDAN, SOMALIA, YEMEN E EGITTO. Il ministro donna sudanese si guarda bene dal parlare di questo fenomeno. Non in EGITTO dove le autorità cercano di frenare questa pratica diffusa soprattutto nelle zone rurali del Sud del Paese. Un account intestato ad un ragazza che si fa chiamare “Cambiamo la società”, riporta i dati UNICEF su questa brutale pratica: “il numero delle femmine che hanno subito un intervento di infibulazione in 29 Stati sono complessivamente 125 milioni“, recita il tweet che precisa: “ad occupare il primo posto è l’Egitto con 27,2 milioni”.

MOLESTIE E VIOLENZE DENUNCIATE DA AMNESTY Anche in Paesi più aperti e moderni come il MAROCCO la donna non è tutelata nonostante il varo di una legge che punisce la violenza alle donne approvata nel 2013. Lo è così almeno per Amnesty International che denuncia “violenze verbali, sessuali e ogni altra forma di violenza” all’ordine del giorno in nel Paese Nordafricano. Secondo Amnesty, come riporta il quotidiano al Quds al Arabi, “molti paragrafi della legge sono rimasti inchiostro su carta”.

guidaNIENTE PATENTE NE’ VIAGGI DA SOLA PER LA DONNA In ARABIA SAUDITA, forse unico Paese al mondo, per legge, alle donne non è permesso guidare l’automobile ne viaggiare da sole: una donna infatti per lasciare casa o recarsi all’estero deve essere accompagnata dal marito, il padre, un fratello maschio. Solo nel dicembre dell’anno scorso, e per la prima volta nella storia del Regno, le donne hanno potuto partecipare a elezioni comunali sia come elettrici sia come candidate. Un decreto reale del 2011, voluto dal defunto re Abdullah bin Abdelaziz ha concesso il diritto di voto nella prima consultazione a suffragio universale.

SFRUTTAMENTO SESSUALE CAMUFFATO DA MATRIMONI DI COMODO “I campi profughi di siriani in Giordania e Libano pullulano di sceicchi vecchi in cerca di una sposa, magari giovane”, scrive al Quds al Arabi, denunciando un’altra pratica tutta musulmana, quella dei matrimoni di comodo riconosciuti per legge. Si tratta di una forma di unione che, a secondo dei Paesi, ha un nome diverso: matrimonio di godimento (IRAN), matrimonio “Irfi” (EGITTO) e matrimonio “Missyar” (“Matrimonio Facilitato”, in ARABIA SAUDITA). In questi matrimoni, tutt’oggi molto diffusi in IRAN, EGITTO E ARABIA SAUDITA, lo sposo può essere anche sposato ma la sposa deve essere tassativamente divorziata, vedova e comunque non sposata. L’Unione non ha valore ai fini di eredità e quindi del riconoscimento di un eventuale figlio, Dura da uno giorno a 99 anni e, per celebrarlo, il maschio può sostituire l’officiante e i due sposi possono sostituire i testimoni. Oggi, Secondo molte denunce postate in rete, il fenomeno dei matrimoni di godimento, anche con minorenne, è diffuso appunto nei campi di profughi nei Paesi confinanti con la SIRIA.

spose-bambinePER LE DONNE ERA MEGLIO AI TEMPI DEI FARAONI Minorenne costrette al matrimonio per avidità di genitori bisognosi di soldi, diritti ridotti a zero in tutti i campi: alle donne egiziane “conviene tornare ai tempi dei Faraoni” quando, “settemila anni fa si era edificata una civiltà in cui una donna era arrivata in cima al governo”. E’ quanto recita il testo di un recente rapporto presentato al parlamento del Cairo dove siedono 85 donne deputate: “Una svolta senza precedenti che però non ha fruttato alcuna legge a favore delle donne”, come scrive il quotidiano al Quds al Arabi.

POLITICA E LAVORO, NON C’E’ POSTO PER LE DONNE “Salvo poche eccezioni, sono davvero rari gli esempi di donne che occupano una carica politica o hanno una posizione di alta responsabilità in campo lavorativo”. Un dato di fatto ricordato dal giornale panarabo che attribuisce, tra le cause, non solo il predominio di una cultura maschilista ma anche gli ostacoli opposti alle donne di proseguire gli studi. Nel salutare l’8 marzo, il segretario dell’Onu Ban Ki-moon ha detto che “non esiste un obbiettivo più grandioso della realizzazione dell’uguaglianza tra i sessi” prospettando il 2030 per raggiungere questa meta. Nell’esprimere questo auspicio, forse il segretario delle Nazioni Unite, non aveva in mente le donne arabe. ASKANEWS

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