WP “L’Italia è il Paese che ha maggiori probabilità di uscire dall’Euro”

Per Matt O’Brien sul Washington Post, visti i dati sulla crescita italiana sin dalla sua entrata nella moneta unica, l’Italia potrebbe essere a ben ragione il primo paese ad uscire dall’euro. L’articolo è di buon auspiscio, e merita di essere tradotto e pubblicato, ma con due precisazioni: in primo luogo i cosiddetti problemi strutturali dell’Italia e il suo persistente declino anche precedente all’euro,  cui fa cenno O’Brien, sono anch’essi da far risalire a Maastricht e al cambio fisso “credibile” (come chiaramente spiegato sul libro del prof. Bagnai L’Italia Può Farcela, e in questo ottimo post); e in secondo luogo, per l’uscita dall’euro non si potrà contare sul Movimento 5 Stelle, che a una visione forse più ravvicinata di quella di O’Brien, non pare aver assunto posizioni poi così chiare e decise (qui un approfondito commento alla a dir poco inutile richiesta di referendum). VOCI DALL’ESTERO

euro-break

di Matt O’Brien, 30 luglio 2015 

Qual’è il paese che, dopo la sua adesione all’euro 16 anni fa, è cresciuto del 4,6 per cento in totale? Be’, forse quello che con più probabilità uscirà dalla moneta comune. O, in breve, l’Italia.

E’ difficile dire che cosa è andato storto con l’Italia, perché nulla è mai andato bene. E’ cresciuta del 4 per cento circa il primo anno nell’euro, ma poi quasi per niente nei 15 anni successivi. Ora, questo non vuol dire che sia stata sempre in stagnazione. Non è così. E’ cresciuta fino al 14 per cento in più rispetto a quando è entrata nell’euro, prima che la recessione del 2008 e la doppia recessione del 2011 cancellassero la maggior parte di quel progresso. Ma a differenza, ad esempio, della Grecia, non c’è mai stato un boom. C’è stata solo la contrazione. Il risultato, però, è stato lo stesso. Come potete vedere qui sotto, la Grecia e l’Italia sono entrambe cresciute di un misero 4,6 per cento negli ultimi 16 anni, anche se hanno preso strade drasticamente diverse per arrivarci.

In parte il fatto è che l’Italia, come sottolinea il Fondo monetario internazionale, ha reali problemi strutturali. E’ difficile avviare un’impresa, difficile farla espandere, e difficile licenziare la gente, il che rende i datori di lavoro prudenti sulle assunzioni, in primo luogo. Questo ha portato a una distopia della piccola impresa, in cui non si può raggiungere il tipo di economie di scala che renderebbero più produttivi. Ma, allo stesso tempo, l’Italia ha sempre avuto questi problemi, ancora prima di avere l’euro, e riusciva ugualmente a crescere. Così, parte del problema è lo stesso euro. E’ troppo caro per gli esportatori italiani, e troppo restrittivo per il governo, che ha dovuto tagliare il bilancio ancor più di quanto altrimenti avrebbe fatto.

Questo non rende l’Italia un caso unico – l’euro ha danneggiato anche i paesi meglio gestiti – ma quel che la rende unica è che i populisti in Italia se ne sono accorti. Come mai? Be’, più di ogni altra cosa, la moneta comune ha provocato all’Europa un grave problema di dissonanza cognitiva. La gente odia l’austerità, ma ancora di più ama l’euro – ha un attaccamento emotivo a tutto ciò che rappresenta. Il problema, però, è che l’euro è in primo luogo il motivo per cui devono fare dei grossi tagli di bilancio (almeno finché la Banca centrale europea costringerà loro banche a chiudere se non lo fanno). Così i partiti anti-austerità hanno sentito di dover promettere l’impossibile, se volevano sperare di vincere: di poter mettere fine ai tagli di bilancio senza mettere fine all’adesione all’euro del paese. Ma, come ha scoperto Syriza in Grecia, questa strategia, se così si vuol chiamarla, offre al popolo solo delle aspettative irrealistiche e non dà all’Europa alcun motivo per offrire aiuto. Gli altri paesi, dopo tutto, non vogliono premiare ciò che, a loro avviso, è un comportamento fiscale irresponsabile, se non addirittura un ricatto. E così alla Grecia è stato solo dato un ultimatum: o uscire dall’euro o fare ancora più austerità di quanto le fosse stato detto originariamente di fare. Ha scelto l’austerità.

La lezione è stata chiara. Non votate i partiti anti-austerità, o le cose andranno ancora peggio per voi. Ma, almeno in Italia, i partiti anti-austerità hanno imparato la lezione opposta. Non escludere l’ipotesi dell’uscita dall’euro, o le cose non potranno mai andare meglio. Beppe Grillo, il comico-politico alla testa del secondo più popolare partito d’Italia, il Movimento Cinque Stelle, è passato dall’essere vagamente euroscettico ad esserlo in maniera schietta. Ha scritto che il primo ministro greco Alexis Tsispras ‘”rifiutando di uscire dall’euro ha firmato la sua condanna a morte”, e che l’Italia dovrebbe usare il suo debito “come un vantaggio che ci permette di essere in offensiva in ogni futuro negoziato.” E’ il vecchio detto: se devi alla banca 100 €, questo è un tuo problema, ma se devi alla banca € 20 miliardi, è un problema loro.

Quanto a problemi, questo è bello grande. Non sarebbe poi così grande, però, se l’Italia in realtà tornasse a crescere. Più reddito significherebbe un minore onere del debito, e, a sua volta, una minore necessità di austerità. Ma è difficile prevedere come questo potrebbe accadere. Il governo italiano deve ancora fare tagli di bilancio, e le sue imprese devono ancora abbattere i loro costi per diventare più competitive, entrambe cose che nuoceranno alla crescita nel breve termine. E, nel frattempo, il partito anti-austerità in Italia è l’unico in Europa disposto a sottolineare che il re è nudo (e non cresce).

La gente potrebbe accorgersi che è vero.



   

 

 

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